Oneohtrix Point Never
Garden Of Delete

2015, Wasp Records
Elettronica

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 30/11/15

Articolo a cura di Cristiano Latini 

 

Oneohtrix Point Never, al secolo mr. Daniel Lopatin, è un personaggio complesso di cui parlare, così come complesso è parlare dei suoi dischi e del suo approccio al fare musica.
A caratterizzarlo sono una carriera bruciante ed intensissima fatta di sette album in soli otto anni, ma soprattutto una capacità di manipolare influenze e sensazioni di stampo completamente diverso -talvolta opposto-, in grado di proiettarlo in brevissimo tempo nell'olimpo della celeberrima Warp Records (casa madre di artisti quali Aphex Twin, LFO e Squarepusher fra gli altri), ma soprattutto nell'immaginario dei produttori più stimati e seguiti dell'elettronica dalla matrice più sapiente e sperimentatrice.


Produzione, la sua, che prende vita attraverso un campionamento e un sound design furiosamente estremisti, così come attraverso l'attitudine al sommare le più disparate ambientazioni basandosi su contrasti e chiaroscuri inaspettati ed inaspettabili, con l'unico minimo comun denominatore della libertà e del coraggio compositivi a dispetto di ogni canone prestabilito.

 

All'interno di un panorama così ricco e degno di nota, potrebbe quindi destabilizzare il trovarsi di fronte ad un disco che lo stesso artista, fin dai primi annunci e fin dalla piuttosto inusuale campagna marketing proposta, definisce essere dalle intenzioni squisitamente pop.
Strano eppure coerente, quantomeno se visto nell'ottica di un personaggio per il quale i limiti compositivi imposti da un determinato mercato piuttosto che dalle aspettative del proprio pubblico, siano meccanismi sconosciuti e distanti dal principio stesso di comporre musica.
"Garden of Delete", sulla carta come nella sua essenza, è una dichiarazione d'amore così come una denuncia, una celebrazione così come una critica impietosa, ma soprattutto una costante citazione che prende le distanze attraverso un freddo ma acutissimo sarcasmo, nei confronti di piattissimo universo pop-dance nel quale la musica (elettronica) sembra ormai crogiolarsi senza possibilità di salvezza.

 

Inseguendo il traguardo di partorire un disco che possa rappresentare questo stesso ideale di incoerenza e dualismo, O.P.N. riesce a proporre un album che in prima istanza non può che lasciare interdetti e spiazzare l'ascolto.

 

Se infatti fin dal primissimo approccio in ogni brano può sembrare di camminare su terreni conosciuti e rassicuranti, nello stesso tempo qualcosa stranisce e confonde, trasformando scenari apparentemente comuni in un universo familiare eppure alieno, confortevole ma nello stesso tempo fascinosamente inospitale.

 

Come un flusso di coscienza che si discosta dal pensiero principale per dilatarsi nelle proprie elucubrazioni, Garden of Delete di momento in momento concede incursioni improbabili a sensazioni inaspettate e distorte, innestando all'interno delle strutture "pop" della sua anima (forse) più evidente, elementi di noise come di jazz, di progressive e trance come di IDM, di metal/industrial come di hip hop, sci-fi ed ambient.

 

Se a dominare la scena per tutto il disco sembrano essere campioni vocali provenienti da chissà quale brano da dance-chart internazionale (e che talvolta scadono volutamente nel grottesco), adagiati su un letto di sfacciate mareggiate di synth dalla nostalgica memoria trance, di fatto il tutto si dissolve dopo pochi istanti all'interno di arrangiamenti complessi e idee coraggiose, ricontestualizzando ogni singolo elemento al suo interno in un panorama più ampio e decisamente personale.

 

In un calderone di suoni che anche solo immaginato sprizzerebbe assurdità in ogni sua sfaccettatura, lo chef Lopatin riesce a dare spazio a ciascun ingrediente rendendolo interessante anzichè stonato, in modo che la ricetta finale esalti ogni sapore in un piatto complesso ma intrigante, variegato ma perfettamente bilanciato.

 

Lì dove un determinato suono, una precisa scelta melodica o una particolare evoluzione sintattica sembrerebbero ricoprire un ruolo canonico, in realtà vengono ricollocati all'interno del disegno complessivo in modo da cambiare totalmente connotazione, in una sorta di enorme collage di arte di recupero in cui ciascun tassello inizia a comportarsi in modo diverso rispetto a come si penserebbe di conoscerlo.

 

Accanto alle cavalcate più energiche come Mutant Standard (primo singolo estratto), I Bite Throgh It, o Sticky Drama (dal conturbante ritornello che potrebbe ricordare persino un allucinatissimo Skrillex), si adagiano momenti più ambient, drone e dall'intensa capacità meditativa (Animals, Freaky Eyes, Lift), a tratteggiare un disco dove nulla è mai scontato e dietro l'angolo di ciascuna misura ci si deve poter aspettare un radicale cambio di tempo, atmosfera o significato stesso del brano.

 

Sporadici ma decisivi innesti di "chitarra", talvolta semplicemente arpeggiata talvolta distorta sino all'inverosimile, rendono ancor più altalenante ed incomprensibile il decupage complessivo, tradendo scelte melodiche particolarmente emozionali così come un'aggressività latente che affiora di colpo nei piccoli dettagli di ciascun pezzo, ma che non sovrasta mai il panorama a sè circostante.

 

Di fatto, quindi, non è il sottile e talvolta difficilmente percepibile filo conduttore del "pop" a permettere di districarsi nel complicato mosaico di Garden of Delete, e non lo sono nemmeno gli arrangiamenti impetuosi ed in costante evoluzione di cui è intriso fino al midollo, perchè a condurre l'ascoltatore dalla prima all'ultima nota del disco così come a risultarne l'effettiva ed assoluta protagonista, è la spiccata e delirante personalità di O.P.N. che attraverso la sua confusa, brillante lucidità riesce nella pressochè impossibile impresa di inzeppare fino all'inverosimile la griglia di questo lavoro senza permettere che nessuna pietanza bruci o rimanga cruda.

 

Ogni cosa sembra raggiungere un miracoloso punto di delicato equilibrio, dando vita ad un disco che nel suo altalenarsi fra momenti di pura esaltazione ed atmosfere più dilatate e riflessive, riesce a convincere nonostante la sua assoluta, conturbante e permeante incoerenza.
Garden of Delete è un'esperienza adatta (quasi) a tutti, ma che rivela possibilità di approfondimento e livelli di lettura pressochè incalcolabili, svelando nuovi spunti e nuove idee ad ogni singolo compulsivo ascolto al quale irrimediabilmente conduce.

 

Così come nella furiosa nevroticità delle influenze che sapientemente amministra e padroneggia, Daniel Lopatin rapisce l'ascoltatore portandolo a voler approfondire ogni sfaccetatura di un disco certamente d'impatto ma anche incredibilmente complesso, in cui l'equilibrio stesso delle cose viene messo in dubbio per lasciare confusi e spossati così come, nello stesso tempo, piacevolmente assuefatti.

 

Se l'intenzione iniziale era quella di proporre un disco che fosse "pop", ad apparire evidente è quanto lo scopo (reale o solamente millantato) sia stato raggiunto come no.
Questo perchè Garden of Delete è un disco totalmente surreale ed astratto, strano e diverso, assurdo quanto poi concreto e reale, nel quale il contrasto portato al suo limite più estremo sembra essere la supernova da cui sgorgano e si snodano i singoli pezzi, ed al quale difficilmente si può dare una collocazione precisa.

 

Ma soprattutto Garden of Delete rappresenta magistralmente la contorta e brillante mente del suo creatore, il quale senza alcuna remora nei confronti di ciò che è concesso o non concesso fare, mette insieme un personalissimo circo di sensazioni infinitamente ampio ed ambiguo, con il più che lampante risultato di regalare un piccolo grande capolavoro dal quale, una volta trovata la propria chiave di lettura, appare davvero difficile distaccare l'ascolto.





01. Intro
02. Ezra
03. ECCOJAMC1
04. Sticky Drama
05. SDFK
06. Mutant Standard
07. Child of Rage
08. Animals
09. I Bite Through It
10. Freaky Eyes
11. Lift
12. No Good

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