Nile
What Should Not Be Unearthed

2015, Nuclear Blast
Death Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 28/08/15

Avevamo lasciato i Nile tre anni fa in un modo troppo triste per essere vero. Per chi si è tatuato nei timpani album come “Black Seeds Of Vengeance” e “In Their Darkened Shrines”, “At The Gate Of Sethu” ha rappresentato una cocente battuta d’arresto e un ricordo troppo sbiadito per questi fenomenali musicisti, tanto che le notizie sul nuovo “What Should Not Be Unearthed”, che via via sopraggiungevano dal web, portavano con sè la più semplice e temibile delle domande: riuscirà Carletto nostro a fare meglio o il declino è irreversibile?

Coerenti con la propria storia, poche parole e tanti fatti, Karl Sanders e soci ci offrono ben cinquanta minuti per trovare la risposta, lasciando la parola alla musica. Una risposta, ringraziando gli Dei, positiva e confortante! L’ottavo album in studio dei Nile risolleva le quotazioni della formazione su tutti i fronti, più coesa, ispirata e chirurgicamente micidiale, relegando il precedente (brutto) inciso a un pallido ricordo. Pur non spostandosi di una virgola dal proprio concept (per fortuna), “What Should Not Be Unearthed” è quanto di meglio potessimo aspettarci, brutale e ipertecnico, ma con quel qualcosa in più da permettere una buona votazione a fondo pagina e, cosa molto più importante, diversi passaggi nello stereo prima di venire derubricato in favore dei vecchi capolavori degli americani.

Da una formazione che ha debuttato nel 1998, con le tematiche e lo stile scelto dai Nile, non possiamo più aspettarci grandi idee o novità particolari. Il riciclo di soluzioni e scelte stilistiche non andrebbe neanche sottolineato, l’importante è fare in modo che l’operazione non risulti eccessivamente sistematica, dimostrando oltre il mestiere, anche una buona dose di passione. Manco a dirlo l’opener “Call To Destruction” è lì apposta per fugare ogni dubbio, iperstrutturata come solo i nostri riescono a fare a questi livelli di violenza, un flusso continuo di variazioni figlie di chi mastica tecnica e songwriting di alta scuola. Un ottimo livello che viene spalmato equamente almeno nella prima metà del disco, una partenza al fulmicotone come non ne sentivamo da diverso tempo (molto bella e finalmente evocativa “In The Name of Amun”), che via via perde di mordente nella seconda metà, più per una certa “assuefazione” allo stile piuttosto che a un reale calo di ispirazione.

Sempre da manuale la prova dei tre totem Sanders, Toler-Wade e Kollias (non ce ne voglia il nuovo bassista Brad Parris), come più convicnente Neil Kernon dietro la consolle, al quale va ascritto parte del fallimento del precedente lavoro. Triplici assalti vocali, chitarre impazzite lanciate a velocità folli, blastbeat come se piovesse e la tipica oscura aurea egizia che affiora dalla sabbia, insoma il classico universo dei Nile che tutti conosciamo, finalmente in una forma degna del glorioso nome che campeggia sulla copertina.



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