Neil Young
Everybody Knows This Is Nowhere

1969, Reprise
Rock

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 05/01/14

Oggi è un signorotto con la faccia da reduce che continua a suonare in barba alle sessantotto primavere, ma per buona parte della sua carriera Neil Young è stato a tutti gli effetti la scheggia impazzita del rock stelle e strisce. Canadese di nascita, trasferitosi in California nei primi anni ’60 (ammetterà poi di aver soggiornato irregolarmente fino al ricevimento della green card, nel 1970), con i suoi lineamenti dal licantropo, la basetta lunga e il look da pellerossa, sin dagli esordi Young ha ricoperto il ruolo del cantautore solitario e tormentato, sorta di cowboy post moderno diviso fra tradizione e modernità. Con i grandi maestri ha sempre avuto poco da spartire: con Bob Dylan, tanto per fare un esempio, condivide quel pizzico di umoralità che lo condurrà a scelte stilistiche controverse. Non fanno parte del suo repertorio le citazioni colte e le canzoni di protesta costituiscono una rara eccezione; la sua musica affonda le radici nel country, nella grande stagione del flower power californiano e nella psichedelia. Le sue storie di amori e disgrazie, droga e rapporti interpersonali lo fanno portavoce del lato oscuro del cantautorato americano. Gli esordi lo vedono già protagonista con una formazione fra le più in vista della scena californiana, i Buffalo Springfield, con cui metterà a referto alcuni brani destinati a rimanere nella storia. Dopo un debutto atipico dalle tinte quasi pop (ma non privo di chicche), il padrino del grunge trova il coraggio di dare una svolta alla sua carriera solista, gettando i semi di un successo che dura fino ad oggi. Young ha il pallino del rock chitarristico fatto di assoli chilometrici e assordanti distorsioni; per il suo secondo disco decide di assecondare le sue pulsioni e ingaggia quelli che saranno i precursori del garage rock, i Crazy Horse, dando vita a un connubio che ancora oggi è il riferimento assoluto per qualsiasi giovane band desiderosa di far fischiare gli amplificatori.
 
Non è una voce aggraziata quella di Young e ad ascoltarlo attentamente, “Everybody Knows This Is Nowhere” potrebbe essere suonato in scioltezza persino da un chitarrista alle prime armi, cosa peraltro avvenuta nel caso del sottoscritto, ma l’esperienza maturata con i Buffalo Springfield e il background country rock si sposano qui con una sana concretezza e alcuni riff decisamente memorabili. “Cinnamon Girl”, “Cowgirl In The Sand”, “Down By The River” sono i brani su cui poggia il disco, tre classici che si spiegano da soli, perfetti nella loro semplicità, caratterizzate tutte da sequenze di accordi decisi e intriganti armonie vocali. Le ultime due assumono la forma di vere e proprie jam session, in cui l’istintività di Young si manifesta attraverso lunghe divagazioni chitarristiche. Il brillante country rock della title track è il punto di equilibrio di un disco in cui convivono le varie anime dell’artista. Girano alla grande anche i brani più tradizionali, vedi “Running Dry” o “Round And Round”, in cui Young conferma le sue doti di abile compositore prescindendo dal registro stilistico adottato, sia esso rock o country. Un suono nudo e crudo, da cui emerge tutta la spontaneità un disco registrato appena otto settimane dalla nascita della band, ad ulteriore riprova dell’enorme affiatamento presente fra i membri e che avrebbe caratterizzato i dischi a venire.
 
Anche se la critica sul momento sarà tutt’altro che benevola, “Everybody Knows…” resta uno dei dischi più amati e riusciti di Neil Young; se ne accorgerà ben presto un trio emergente denominato Crosby, Stills & Nash, che intercetterà il talento del rocker canadese per scrivere pagine memorabili del rock di quegli anni. Cui si aggiungeranno ulteriori, eccitanti capitoli della sua carriera solista. Il meglio dovrà ancora venire.




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