My Dying Bride
The Ghost Of Orion

2020, Nuclear Blast
Gothic/Doom Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 08/03/20

La grave malattia della figlia del frontman Aaron Stainthorpe, fortunatamente poi risoltasi per il meglio, faceva temere il peggio circa il futuro dei My Dying Bride. L'uscita, dunque, della quattordicesima release in studio degli inglesi assume le fattezze di un vero miracolo, considerando le complicazioni nel frattempo aggiuntesi. Dagli avvicendamenti nella line-up (l'abbandono di Calvin Robertshaw, l'ingresso di Jeff Singer, già dietro le pelli nei Paradise Lost), alla gravidanza della bassista Lena Abé, dal commiato dalla Peaceville Records all'addio dello storico produttore Mags: una sfortunata serie di eventi la cui escalation sembrava condurre a un esito nefasto. La firma con Nuclear Blast e la perseveranza del chitarrista Andrew Craighan, praticamente unico depositario del songwriting, hanno permesso la genesi di un "The Ghost Of Orion", che, pur incompiuto e poco organico, riesce a restituire, ancora una volta, quel senso di Romanticismo decadente da sempre marchio inconfondibile del gruppo. Le liriche intrise di misticismo e qualche spiraglio di luce ravvisabili nel sound generalmente cupo, rappresentano le novità del platter.

Il disco può essere frazionato in due sezioni, la prima orecchiabile e melodica, la seconda decisamente più grave e articolata. Dopo "Your Broken Shore" e "To Outlive The Gods", brani gothic/doom mesmerici, dolenti, vagamente accessibili e dagli arrangiamenti snelli, il combo di Halifax piazza le pepite del lavoro: la catartica e autobiografica "Tired Of Tears", e la sorprendente "The Solace", delicatamente interpretata da Lindy-Fay Hella e molto vicina, nel suo spirito folk, alle prove dei conterranei Winterfylleth

Il mood depressivo non tarda, comunque, a sopraggiungere, con il cantante che utilizza il growl in maniera oculatamente parsimoniosa, preferendo una tragica espressività alla violenza ferina: "The Long Black Land", "The Ghost Of Orion", e la lunga suite "The Old Earth", non deluderanno gli appassionati dell'anima tetramente cogitabonda dei britannici, ma, un po' come accaduto per la coda dell'ultimo LP "Feel The Misery", l'intensità emotiva dei pezzi tende a calare, sommersa da un ritmo, forse, sin troppo torpido. Chiudono il lotto le note del tenebroso violoncello di Jo Qail che, in "Your Woven Shore", si accaparra la scena scortando i tenui vocalizzi femminili della cantante dei Wardruna.

Il disco risente sicuramente di eventi extra moenia, che, in parte, ne costituiscono anche la forza: la mano di un solo compositore, tuttavia, non sempre riesce a gestire l'insieme con la medesima efficacia, e tocca principalmente al violino di Shuan MacGowan, decisivo in passato, sottotono e lasciato ai margini oggi, soffrire di tale situazione. In ogni caso, trovare un album fallimentare nella carriera dei My Dying Bride appare impresa ardua e, tra masterpiece del calibro di "Turn Loose The Swan", "Songs Of Darkness, Words Of Light", "A Map Of All Our Failures", "The Ghost Of Orion" non sfigura affatto.




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