Motörhead
Motörhead

1977, Chiswick Records
Hard & Heavy

Recensione di Pamela Piccolo - Pubblicata in data: 28/12/17

«We're gonna make a dreamer (Made me a believer)
White Line Fever, yeah
It's a slow death (It hasn't killed my yet)» - White Line Fever
 
 
Londra, maggio 1975. Dopo essere stato cacciato dagli Hawkwind, Lemmy Kilmister mise in piedi quella band che sarebbe diventata i Motörhead. Affiancato da Larry Wallis alla chitarra e Lucas Fox alla batteria, il nuovo trio del panorama rock ‘n’ roll inglese si sarebbe dovuto ispirare agli MC5 con un po’ di Little Richard e di Hawkwind. I Motörhead si esibivano qua e là, ma facevano la fame e vivevano in case occupate. Lemmy non voleva gettare la spugna e, semplificando le cose, vi diciamo che i Motörhead cambiarono formazione.
 
Con Phil Taylor alle pelli ed Eddie Clarke alla chitarra fu comunque arduo raggiungere in poco tempo un obiettivo concreto. Dopo un ‘76 e un inizio ’77 alle strette, il trio decise di tenere un concerto d’addio al The Marquee Club di Londra. Ted Carrol della Chiswick Records, che non poté registrare la performance per i posteri come richiestogli da Lemmy, pagò ai Motörhead due giorni presso l’Escape Studio nel Kent col fine di registrare un singolo. Impossibile non sorridere maliziosamente, ma in quelle 48 ore i Motörhead registrarono non un singolo, bensì 11 brani strumentali, 8 dei quali avrebbero portato il primo album della band a vedere la luce del sole. L’omonimo debut “Motörhead” era punk prima del punk e punk dopo il punk. 

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Ruvidità e trascinante potenza grezza saranno il segno distintivo della formazione britannica. Il singolo trainante, l’omonimo brano scritto da Lemmy per e con gli Hawkwind unitamente a "Lost Johnny", metterà in risalto quello che si dichiarerà essere l’inconfondibile sound dei Motörhead. La voce graffiante e rauca di Kilmister è incalzata dai roboanti giri di basso da lui suonati che ti entrano dritto nel petto, dalla velocità delle corde pizzicate da Eddie e dal battito distorto della cassa di Phil. "I Motörhead sono l'equivalente sonoro dell'esplosione di una fabbrica di fuochi d'artificio", dirà in seguito la stampa. Il loro primo disco, rilasciato senza la morsa della United Artists, è caratterizzato da canzoni veloci e sporche, ma dalle linee melodiche che rimandano ai Seventies. Tale dualismo è riscontrabile sia in “Iron Horse/Born To Lose”, brano dai risvolti blues/hard rock e da incisivi assoli di chitarra, sia in “Keep Us On The Road”, pezzo che raggiunge altissimi livelli compositivi ed emozionali. “Vibrator”, cantata da Larry, va anch’essa dritta al punto con grinta e linearità, complici i solos di "Fast" Eddie. La band sembra estrema, di certo è selvaggia quanto basta e su questa linea prosegue con “The Watcher”, aspra, quasi acid garage. In sole otto tracce Lemmy snocciola l'essenza di tutta una vita: "Don't sit and cry in your fucking beer. Drink it".
 
Situati sulla linea temporale di band come i Deep Purple e gli Iron Maiden, i Motörhead suscitarono immediato interesse sia nella critica, sia negli ascoltatori. Irruentemente, “Motörhead” era il biglietto da visita violentemente appassionato che i Motörhead potevano permettersi di sventolare, con guadagnata spavalderia, per fare il loro ingresso nella storia del rock ‘n’ roll, sebbene Lemmy definisse la propria band blues. Certo, una mitragliatrice blues! Capaci di fondere punk, hard rock, blues e space rock, i Motörhead forgeranno negli anni un genere vertiginoso e saturo. Fu il loro inizio equiparabile a una nuova rivoluzione culturale? La macchina da guerra che crearono sembrava chiaramente dire sì.





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