Monster Magnet
Mindfucker

2018, Napalm Records
Heavy Rock

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 16/03/18

All'ascolto di "Mindfucker" Monsieur Lapalisse sarebbe inorridito di fronte all'ineleganza del titolo, ma da vecchio filibustiere della distorsione avrebbe affermato senza battere ciglio che i Monster Magnet suonano ancora come i Monster Magnet: benché aspettarsi qualcosa di diverso dopo trent'anni di attività sarebbe stato piuttosto arduo, tuttavia la nuova prova conferma un progressivo avvicinamento a un rock robusto, ma orientato al mainstream, tendenza percepibile del resto negli ultimi full-length registrati. Frutto in massima parte del songwriting del fondatore e leader Dave Wyndorf, coadiuvato in studio dal produttore Joe Barresi e dal chitarrista Phil Caivano, con il resto della band ridotta a fungere da complemento strumentale in sede live, l'album attinge a piene mani dalla crudezza del proto-punk di gruppi quali The Stooges e MC5 abbinandolo alla tradizione dell'heavy a stelle e strisce: l'incisione vintage di "Milking The Stars: A Re-Imagining Of Last Patrol" (2014) e "Cobra And Fire (The Mastermind Redux)" (2015), lascia il posto a una pulizia sonora capace di esaltare lo spirito garage che caratterizza una buona percentuale dell'opus.
 
 
Dal punto di vista lirico, per quanto non appaia un manifesto politico, l'intero disco si fa portavoce dell'assurdità quotidiana nella quale sono caduti gli USA oggigiorno: ciò non significa che Wyndorf invochi una legislazione contro le armi o scriva canzoni di protesta anti-repubblicana, però di certo i brani vivono della sotterranea consapevolezza che le difficoltà attanaglianti il paese democratico per eccellenza non possano risolversi con un colpo di spugna. Un tema trattato con pervicace scetticismo, già presente nella denuncia di  "Lost Patrol" (2013), e il cui taglio abrasivo di fondo non appesantisce una proposta decisa e dinamica, propinata da musicisti di mestiere che conoscono a menadito le regole del groove combinato alla riflessione.
 
 
L'opener "Rocket Freak", contrassegnata da un fragore di feedback e dalla batteria ad alto voltaggio dell'Atomic Bitchwax Bob Pantella, pianta la semplicità strutturale dei tre accordi dei Ramones negli amplificatori valvolari, mentre il fraseggio muscolare di "Soul" e della title-track conduce la coppia in territori hard di grana grossa: la morbida effettistica in phaser che circonda una "I'm God" dal refrain corale estremamente catchy bilancia le svisate alla nitrocellulosa del combo del New Jersey. Se la fluviale "Drowning" delinea una gradita e proverbiale escursione nello space, profuma di seventies e psych la cover degli Hawkwind "Ejection"; "Want Some" invece, alla ricerca a tutti i costi di un simil-pop steroideo, non brilla per efficacia e originalità, a differenza del folk deturpato di "Brainwashed" e del mid-tempo "All Day Midnight", ove si mescolano malinconia ed energia da palcoscenico. Chiude lo stoner infetto di rock'n'roll di "When The Hammer Comes Down", con quel "You tapped a supernova when you left the truth to drown..." collocato al pari di un sarcastico epitaffio in coda al lavoro.
 
 
Forti di una fanbase transgenerazionale capace di attutire eventuali misunderstanding, i Monster Magnet, pur non tradendo il consueto trademark, modificano il proprio stile in direzione di un sound maggiormente asciutto e prestando attenzione alle problematiche del contesto sociale statunitense. Meno droghe, meno psichedelia, meno demoni interiori: le abbuffate pantagrueliche di "Dopes To Infinity" (1991) rappresentano ormai solo un lontano ricordo.




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