Mesarthim
Absence

2016, Avantgarde
Post Black Metal

Ad ora, non resta che alzare, se non lo sguardo, almeno il volume, e restituire così ogni notte a se stessa
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 04/07/17

Forte delle solitudini stellate che proteggono le notti australiane, il duo Mesarthim ritorna in orbita col suo secondo full lenght ufficiale, "Absence"; il terzo, volendo considerare anche i 40 minuti dell'ottimo EP "Pillars". Mesarthim o Gamma Arietis è il nome di una stella binaria, nella costellazione dell'Ariete, lontana ben 204 anni luce dal nostro sistema solare. Oltre lo sguardo e la comprensione umana del tempo, la musica della band australiana è intrisa di questo dubbio siderale. "Absence" è la traduzione del titolo originale ".- -... ... . -. -.-. .", dal linguaggio Morse.

 

L'assenza, così (non) data, viene a connotare un post black metal con predominanti influenze elettroniche, in un trionfo minimale di batteria e tastiere che si manifesta, usando un termine caro a Michelangelo, "per levare", ossia per sottrazione. Le composizioni, medio-lunghe (se si esclude il dolce interludio della quarta traccia), si svelano nella misura essenziale della circolarità strumentale, graffiata, comunque mai dominata, da uno screaming remoto, come a testimoniare di una umanità ancora sospesa fra sogno e scienza, sul trampolino del proprio Limite. Scorrevolezza a brevità caratterizzano da subito ascolti mai complessi, orientati all'accessibilità; ne è un esempio il quinto brano, il più movimentato e sonoramente meno diluito nella durata, compresso fra giri di tastiera ed esplosioni vocali. Nell'insieme, il desiderio, nascosto nel buio di una notte priva di luce artificiale, è quello di avviluppare, coinvolgere, senza svelarsi e senza rivelare il mistero integro di un'esperienza sonora che potremmo definire, giocando con gli universi verbali che il post black metal suggerisce, "sound space metal": più che a tratteggiare paesaggi, la musica dei Mesarthim pare tendere, senza alcuna pretesa virtuosa, ma con diretta intensità emotiva, alla sfera sublime della sottrazione della quale lo spazio profondo è, appunto, vasta espressione: la resa sul piano prettamente musicale, si traduce in una solida base di basso e batteria che ben sostiene, dando profondità, la "liquidità", altrimenti dispersiva, dello sfondo di synth e tastiere. Di qui anche la cover dell'album, raffigurante la cometa Ison, scia bianca su sfondo nero. Nessun riferimento. Assenza di coordinate.

 

Siamo lontani dai pindarismi folli degli Arcturus, il cui black avantgarde metal è già padrone delle possibilità, delle certezze esplorative di un Millenium Falcon; nè possiamo accostarci agli splendidi vaticinii siderali, alle previsioni sonore e narrative dei nostrani Progenie Terrestre Pura. La proposta degli australiani è decisamente più semplice ma non per questo indegna di interesse. L'imperativo è quello dell'abbandono alla contemplazione-ascolto, così come alla veglia, vuoi già al riparo dei cieli inviolati, o in fuga da notti fin troppo cittadine. Il tempo dalla sua, gioca ancora a favore dei Mesarthim, sebbene nel flusso costante e nel complesso omogeneo della loro rotta creativa, potrebbe giovare, molto presto, un guizzo di maggiore originalità, rispetto alla matrice originaria del loro sound. Ad ora, non resta che alzare, se non lo sguardo, almeno il volume, e restituire così ogni notte a se stessa.





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