Massive Attack
Mezzanine

1998, Virgin Records
Trip Hop

Un viaggio mentale e corporeo cupo, alienante e tormentato.
Recensione di Mattia Schiavone - Pubblicata in data: 03/02/19

Nella storia della musica, sono stati pochi i periodi attivi quanto gli anni '90 nel rivoluzionare un'intera scena, andando nelle direzioni più disparate. All'epoca, nel melting pop culturale di Bristol, rock, elettronica e musica nera si fondono dando così vita al trip hop, corrente che ha potuto guadagnare linfa vitale ed esplodere definitivamente alla fine del secolo scorso grazie ai Massive Attack e in particolare alla loro punta di diamante: "Mezzanine".

 

Nata nel decennio precedente a partire dal sound system underground The Wild Bunch, dopo la pubblicazione di "Blue Lines" e "Protection", la band voleva allontanarsi dalle influenze chillout, dando sfogo a un lato più oscuro e claustrofobico della propria musica, andando a inglobare anche suggestioni psichedeliche e new wave. Questa idea era maggiormente sostenuta da Robert Del Naja e Grant Marshall, ma non incontrava i favori di Andrew Vowles, terzo e ultimo componente del gruppo. Nonostante i dissidi interni, la band ha lavorato in modo febbrile per lungo tempo, posticipando anche di alcuni mesi la pubblicazione dell'album e riversando in esso tutta l'inquietudine e le idee scaturite dalle lunghe sessioni di scrittura e registrazione. Nasce in questo modo un lavoro totalmente innovativo, cupo e tormentato, in cui bassi violenti e quasi terrificanti pervadono tutte le tracce, amplificandone le sensazioni dark, con pochi sprazzi di luce. Dub, chitarre distorte, beat hip hop e diverse stratificazioni sonore si susseguono in un viaggio mentale e corporeo in grado di assumere tratti allucinati. Tutto questo confluisce in un songwriting alieno, impreziosito dal peculiare utilizzo di campionamenti che arricchiscono in modo unico il platter.

 

Quanto descritto è immediatamente esplicato nella opener "Angel", da molti considerato il manifesto dei Massive Attack se non dell'intero genere. Sull'ipnotico giro di basso iniziale, il richiamo ancestrale dello sciamano giamaicano Horace Andy si intreccia alla fredda e alienante atmosfera metropolitana concepita dal trio, fino ai deflagranti toni chitarristici psichedelici della parte centrale. Le sensazioni inquietanti vengono riprese anche in "Risingson", impreziosita da una base ripetitiva e onirica, sulla quale si poggia il rap di Del Naja e Marshall. Dopo due tracce colme di tensione, l'unico squarcio di vitalità si identifica nella luminosa "Teardrop", forse la canzone più famosa della band, nella quale la voce eterea e cristallina di Elizabeth Fraser (ex Cocteau Twins) si libra in volo danzando sull'intenso beat simile a un battito cardiaco. Il viaggio claustrofobico riprende con "Inertia Creeps", caratterizzata dalle percussioni tribali e da un cantato ossessivo di Del Naja, prima delle suggestioni più rilassate e chillout del downtempo strumentale "Exchange".

 

Ospite della successiva "Dissolved Girl" è Sarah Jay Hawley, autrice di una buonissima performance, in un brano in cui tutta la tensione accumulata nella prima parte esplode nel pesante inserto centrale caratterizzato da una granitica chitarra distorta. Con "Man Next Door", nella quale possiamo risentire la voce di Andy, i Massive Attack riescono invece a creare un brano dalle moltissime influenze, nel quale Led Zeppelin, Cure e il gruppo raggae The Paragon convivono e vengono mixati con maestria. I livelli eccellenti sono mantenuti anche con gli ultimi tre brani, nei quali le atmosfere gelide e tormentate prendono totalmente il sopravvento, prima della ripresa finale di "Exchange". Partendo da "Black Milk", basata sullo straniante ma favoloso contrasto tra l'anima nera del beat hip hop e la surreale performance vocale della Fraser, arriviamo all'angosciante title track, completamente permeata dal sentimento oscuro che incarna tutto l'album, e al capolavoro "Group Four", frutto della stretta collaborazione tra Del Naja e Elizabeth, che insieme danno vita ad un pezzo alienante, fino al grandioso finale nel quale i vocalizzi della cantante si perdono nella cupa e conturbante nebbia creata dalla base.

 

Pur avendo ispirato schiere di musicisti per il periodo successivo, "Mezzanine" è una pietra miliare che non ha avuto alcun erede, ma che è ancora in grado di risplendere della propria luce nera. L'album costituisce un viaggio unico nel suo genere che dopo più di 20 anni conserva ancora intatto tutto il suo fascino. Un tale mix di innovazione, inquietudine, classe e arrangiamenti di alto livello non è mai più stato raggiunto da nessuno. Neanche Del Naja e Marshall, orfani di Vowles poco dopo la pubblicazione dell'album, riusciranno più a richiamare queste stesse atmosfere, pur raggiungendo buonissimi risultati anche con i lavori successivi.





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