Marilyn Manson
We Are Chaos

2020, Loma Vista Recordings
Rock

Se per i più la contemporaneità è un agglomerato caotico, c'è anche chi nel caos trova la sua dimensione. "We Are Chaos" è un freak show fatto di meandri tetri e paesaggi desolanti, un nuovo autoritratto di Marilyn Manson che ne rivela il volto più imprevedibile.
Recensione di Simone Zangarelli - Pubblicata in data: 11/09/20

Che l'impreveibilità sia la cifra stilistica di Marilyn Manson è un dato di fatto: dal titolo di "Antichrist Superstar" alla flagellazione sul palco con bottiglie di vetro, bibbie bruciate, atti scabrosi e il motteggio di qualsiasi buon costume e norme di genere. E stavolta sembrava che l'anticonformismo stesse spingendo Manson, all'anagrafe Brian Warner, a una svolta southern rock, sogno e speranza alimentati non solo dalla riuscitissima cover dark folk di "God's Gonna Cut You Down" pubblicata quasi un anno fa, ma anche per l'annunciata partecipazione di Shooter Jennings nel nuovo album del Reverendo, "We Are Chaos". Eppure è bastata la pubblicazione del primo singolo, title track del disco, per mandare in frantumi ogni supposizione e ritrovare un Marilyn Manson come l'abbiamo già visto. Con i dieci brani che lo compongono, il cantante americano definisce questo "un concept" ma che di concettuale ha solo l'idea di autorappresentazione.

 

L'apertura è affidata a un macabro pezzo spoken-word, dal testo misterico e nonsense ("Now I'm a Bee/The king bee/And I will destroy every flower") che si tramuta nella tonante "Red, Black, And Blue", la traccia che più si avvicina alla pesantezza drum and bass di "Antichrist Superstar" con grosse chitarre distorte e la voce baritonale. In tutt'altri terreni si muove "We Are Chaos" che, fra sonorità stantie recuperate dal periodo emo e la produzione confusionaria, ha fatto tremare lo zoccolo duro del Reverendo. E al suo interno gli strumenti cozzano fra loro in una pastura sonora che i millennials oggi potrebbero definire "cringe". Dal secondo singolo estratto, "Don't Chase The Dead" si torna al sound più tipicamente hard rock, guidato dalla dirompenza delle percussioni e dalle chitarre in prima linea, stavolta molto meglio bilanciate insieme alle tastiere. Le atmosfere tiepide e lugubri della voce del Reverendo ci guidano come fuochi fatui alla scoperta del lato più feroce del disco con "Infinite Darkness", fatta di un saliscendi intensivo di calma apparente ("You're dead longer than you're alive") e deflagrazioni sonore degne dell'industrial più implacabile. Non a caso questo è anche il nome dell'autoritratto che compare in copertina.
Tra il desiderio di rinnovarsi e l'esigenza di raccontarsi, Manson cade nello scialbore di linguaggi già sentiti e citazioni che non gli appartengono ("Half-Way & One Step Forward" ricorda "Cemetry Gates" nel riff e "Paradise" dei Coldplay nella coda finale, il motivo iniziale di "Solve Coagula" è palesemente ispirato a quello di "Otherside"), ma è quando decide di lasciarsi andare che il gioco si fa interessante. "Paint You With My love", una ballad dall'attacco mellifluo, rivela la doppia personalità di un artista costantemente sopra le righe: la prima, quella iniziale, è suadente in modo drammatico e forse eccessivo, mentre dopo lo special si sprofonda nella cupezza più amara narrata dalla voce straziata e quasi taumaturgica del Reverendo di Canton. "Keep My Hand Together" è tra i pezzi migliori del disco, una finestra che affaccia su un Marilyn Manson ringiovanito di 10 anni. Chitarroni fuzzy palpitanti, groove uptempo e un ritornello da capogiro. Chiude l'epica e teatrale "Broken Needle" che ricorda i fasti di "Coma White", a tratti soft, a tratti pesante come la roccia, emozionante e rabbiosa. La voce di Manson qui è sorprendentemente contenuta e si staglia sopra l'arrangiamento lussureggiante, scuro e blues.

 

Composto prima della quarantena, "We Are Chaos" è un disco che incarna il senso di spaesamento odierno attraverso un nuovo autoritratto dalle tinte più calde che in passato, ricco come sempre di ombre che avvolgono i meandri più nascosti dell'anima. Musicalmente però appare amorfo e incorporeo, con qualche pezzo ben riuscito ma senza un'idea guida solida, audace ma mai fino in fondo. E dopo il successo di "The Pale Emperor" e "The Heaven Upside Down" un azzardo sarebbe stato non solo gradito ma quasi necessario. Che ne è oggi dell'Uomo Nero del Rock? Rimane una figura introspettiva, a metà tra il dolore e la decadenza, un feticcio della generazione post-digitale che non si fa problemi strizzare l'occhio al mondo della trap, ma che quando compone le sue canzoni è in grado di metterci in contatto con la parte più profonda del Sé.





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