Marillion
FEAR

2016, earMUSIC
Neo Progressive

"Se Pink Floyd e Radiohead avessero avuto un figlio che era in contatto con il proprio lato femminile, quelli saremmo stati noi."

Steve Hogarth

 

Recensione di Laura Gervasini - Pubblicata in data: 31/10/16

Così afferma Steve Hogarth, l'attuale cantante dei Marillion, postumo al celebre Fish, che lascia il gruppo nel 1988. Con la nuova line-up, il gruppo britannico si avvicina sempre più allo stile indie rock, ma senza abbandonare completamente la loro vocazione verso il neoprogressive, che li ha fatti affermare nella scena internazionale.

 

Nell'ultimo loro lavoro, “FEAR”, di cui parleremo a breve, i due stili musicali conciliano, ma emerge nettamente il prog rock dei tempi d'oro , con molta più vocalità e introspezione.

 

Molto difficile toccare determinati argomenti, ma la band inglese ci riesce egregiamente: il cantante mostra, in questo disco, un pàthos eccezionale, sfoggiando ed alternando rabbia e amarezza, quasi paura: ma FEAR (acronimo di "Fuck Everyone And Run") è la dimostrazione che i Marillion non si sono mai tirati indietro ed hanno sentito il bisogno di provocare, senza eccedere con le offese, di contestualizzare una dimensione che ci sta sfuggendo di mano. Ecco cosa dichiara Hogarth a riguardo: "Questo titolo è stato adottato e cantato (nella canzone "New Kings") con tenerezza, nella tristezza e rassegnazione ispirati da un'Inghilterra, e un mondo, che sempre più funzioni della filosofia "ognuno per sé" . Io non ti annoierò con esempi , sono su tutti i giornali tutti i giorni. C'è un senso di presagio che permea gran parte di questo disco e ho la sensazione che ci stiamo avvicinando una sorta di profondo cambiamento nel mondo, un' irreversibile politica, finanziaria, umanitaria e tempesta ambientale. Spero che ho sbagliato. Spero che la mia paura di quello che "sembra" essere avvicina è proprio questo, e non paura di ciò che "è" in realtà sta per accadere.”

 

Sessantotto minuti a base di soli cinque lunghi brani senza single radio-friendly evidenti: ricercato, ben strutturato, con atmosfere idilliache: spicca la chitarra lirica di Steve Rothery che accompagna l'intero album, cullando l'ascoltatore con note armoniche e pulite, ed elargendo un meraviglioso assolo nella prima traccia “El Dorado”.

 

Le cose vengono ad un punto culminante con “The New Kings”, nella quale il cantante ringhia allo stato del mondo e dei suoi corrotti, all' élite self-serving: la musica si fa più intensa, la voce, a tratti, è simile ad un parlato. Le emozioni sono forti, l'atmosfera cresce, grazie soprattutto alle sinfonie di Mark Kelly alle tastiere.

 

È sicuramente un disco che richiede più ascolti, impossibile comprenderlo così, di getto: si tratta di afferrare testi complessi, accompagnati da melodie altrettanto consistenti, ma rese più leggere dalla frammentazione delle tracce in altre mini canzoni, proprio seguendo la forma di un concept album.

 

Music with a conscience. Music with something to say. Music that moves the soul and the mind.

 





1.  El Dorado
I. Long-Shadowed Sun 
II. The Gold
III. Demolished Lives 
IV. F E A R
V. The Grandchildren of Ape
2.  Living in F E A R
3. The Leavers
I. Wake Up in Music
II. The Remainers
III. Vapour Trails in the Sky
IV. The Jumble of Days
V. One Tonight
4. White Paper
5. The New Kings
I. Fuck Everyone and Run
II. Russia's Locked Doors
III.A Scary Sky
IV. Why Is Nothing Ever True?
6. Tomorrow's New Country

 

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