Lotus Thief
Gramarye

2016, Prophecy Productions
Post Black Metal / Space Rock

Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 24/11/16


 

E se le nebbie di San Francisco avvolgessero completamente la città fino a riunirla ai nembi? Non avremmo più nemmeno il Golden Gate per tornare ai celebri passi della Bay Area, alla concretezza del thrash, alla durezza stradale, forsennata dei suoni. C'è chi ha colto questo potenziale e ha fatto di SF il luogo possibile di una musica che si fa rituale: il duo femminile delle Lotus Thief già nel 2014 esordiente con "Rerum", proietta i ponti della città verso luoghi che solo il rito musicale lambisce e così, se "Rerum" aveva sfiorato con corde convincenti, l'anima lucreziana del "De Rerum Natura", il loro secondo lavoro, "Gramarye", intercede presso i segreti della stregoneria, della magia e del rito.

 

Le due sacerdotesse californiane si fanno interpreti, sin dalla raffinata cover dell'album, oro su nero, di un post rock alla cui corte duellano sapientemente la maestà del doom, come nella poliedrica e quasi progressiva terza traccia del disco, "The Book Of Lies", e strigliate potenti di batteria il cui suono, pulito e pieno, caldo, tradisce in parte, e volutamente, la più ruvida influenza del black metal.

 

Su tutto dominano le voci femminili, solenni e rituali perchè sempre in bilico su un proprio centro rispetto alle varie velocità secondo le quali si muovono i brani, quando non diluiti, letteralmente nubificati fra gli incensi ambient di tastiere mai banali e capaci di tenere viva la tensione lirica del disco; specialemente se avremo l'accortezza di tenere alto il volume dello stereo.

 

La scelta del volume è d'obbligo per capire e apprezzare veramente non solo "Gramarye" ma anche un altro brano: "Circe". Sua la continuità con l'impianto classico del primo album e suo il trono mitico del femminile come elemento magico a rappresentare una lunga era del mondo. "Circe" è un pezzo in cui il basso, dopo un gocciare evanescente di pianoforte, scandisce la pienezza dei suoni, la loro corposità tridimensionale, nitida. "Circe" è il perturbante che affiora, senza ancora davvero rivelare la spietatezza dell'inganno. C'è del fascino su quest'isola...

 

Qui una produzione sapiente e l'elemento ambient delle Lotus Thief si ritrovano a tutto sesto, fino a costituire un arco perfetto, in cui la lentezza dei brani esalta la singolarità dei singoli strumenti, e ne fa un magnifico preludio alle voci.

 

Questa è la ritualità di "Gramarye", e questa è "Circe": composizione che è concettualmente e musicalmente guida ad un disco raffinato che pure inizialmente potrebbe essere frainteso; laddove con una certa lentezza interiore è dato percepirne la qualità di frutto non immediato.

 

A guardarlo dalla sua conclusione, "Gramarye" è anche un disco spiazzante, perchè il suo incipit tarda nel rivelare il corso reale dell'intera composizione: "The book of the dead" è un brano molto veloce e tirato, ricorda fortemente una band molto conosciuta: i The Gathering. Quelli di "Nighttime Birds" per intenderci ma con una inclinazione al loro aspetto più duro e immediato. L'impressione è tuttavia quella di un momento, una manciata di secondi gettata sull'ara prima che gesti sapienti confondano i sensi per una più profonda esperienza.

 

Notevole anche il fraseggio di basso e chitarra, che in "Salem" introducono linee vocali mai varie, al punto che, considerandone la bellezza, diventa un discorso ancor più personale giudicare nel bene o nel male la mancanza di variazione. Certamente se si guarda a "Gramarye" come ad un disco omogeneo, un rituale appunto, di una quarantina di minuti, anche le linee vocali rientrano in una visione ben precisa, a circoscrivere in modo coerente un'idea di musica devota alla dea Atmosfera. Onoriamo allora la profondità dell'intuito femminile, in un brano che dal quinto minuto prende una piega più ariosa, melodica e suadente. Difatto spiazzante, ma senza fratture emozionali.

 

"Idisi" infine, apre lì dove la chiusa ambient di "Salem" si esaurisce, e traghetta l'ascolto alla propria nota finale. Se Circe è la magia del femminile per eccellenza, Idisi dalle molteplici sfaccettature semantiche è valchiria e matrona (ossia donna di alto lignaggio e ruolo), sacerdotessa e guerriera al contempo. Una sintesi finale che dall'immagine, come nettare caro ai demoni della notte, avidi di sogni e visioni, cade lentamente nello stampo di un brano dei migliori dell'intero disco.

 

Composizione curata, strutturata secondo l'antico dettame di una lentezza sfaccettata in cui le chitarre distorte mai tradiscono aperture melodiche e variamente progressive. Rilevare a questo punto, un indistinto gioco di richiami fra The Gathering e The Flight of Sleipnir (l'affinità nel mondo di intendere i suoni e strutturare le canzoni), è una forma di indicazione, un cenno dettato dalla limitatezza della penna che scrive; ma sarebbe anche, senza dubbio, una facile fuga verso la consueta e rassicurante pratica della classificazione. Restiamo sul piano delle suggestioni.

 

"Gramarye" è pathos, principalmente. Un disco lento, nell'accezione più ricca, raffinata e profonda del termine. Progressivo infine, nel modo meno tecnico e più congeniale alla parola stessa: progressioni per cesellature continue che esaltano nell'atmosfera che si crea, la singolarità di ogni strumento coinvolto.

 

Una variatio ben riuscita, direbbero gli Antichi, perchè non è andato perduto il fulcro di questa musica: l'occulto, il magico. In una parola, desueta e quindi viva più che mai: "Gramarye".





01.The Book Of The Dead
02.Circe
03.The Book Of Lies
04.Salem
05.Idisi

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