Carl Palmer's ELP Legacy
Live

2018, BMG
Progressive rock, Arena Rock

Inconfondibili fino alla fine, desiderosi di dimostrare il loro virtuosismo più di quanto richiesto. Nel bene e nel male, unici.
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 14/08/18

C'era una volta il progressive rock, erano gli anni '70. A onor del vero tutto era cominciato con il faccione di "In the Court of the Crimson King" del 1969, poi, tra varie diramazioni, sperimentazioni e speculazioni, il genere si mantenne omogeneo sino alla metà della decade, prima di diventare il primo imputato del processo d'accusa del punk contro tutta la musica barocca e puramente estetica che non raccontava appieno la società del tempo. C'erano i già citati King Crimson, i Pink Floyd, i Gentle Giant, i Van der Graaf Generator, i Jethro Tull, i Genesis, gli Yes... e, infine, i più criticati, vituperati, insultati, detestati e, al contempo, indimenticati: gli Emerson, Lake & Palmer. Questa è la storia del loro ultimo membro, Carl Palmer, del suo progetto Carl Palmer's ELP Legacy e del loro tour intitolato "Live".


Gli Emerson, Lake & Palmer erano, di fatto, un supergruppo, con Keith Emerson che si era messo in luce con i The Nice e Greg Lake che veniva dai King Crimson. Ma perché erano tanto detestati e criticati? Be', l'aneddoto che vorrebbe un Keith Emerson riluttante all'ipotesi di poter accogliere Jimi Hendrix come chitarrista perché, testualmente, il suo gruppo doveva essere basato sulla sua tastiera, la dice molto lunga. Gli EL&P erano considerati il rovescio della medaglia del prog: complessi, arzigogolati, narcisisti. Le loro architetture sonore parevano narrare il continuo contemplarsi allo specchio di tre solisti che rimarcavano le loro individualità persino dal nome della band che, di fatto, non sussisteva, era solo l'unione dei loro tre cognomi.


E poi venne il biennio 2015-2016, il periodo più funesto per la musica; da B.B. King a Lemmy Kilmister, da David Bowie a Prince... la lista lunghissima vide passare a miglior vita musicisti parecchio in vista e anche qualcuno che negli anni si era un po' perduto dai radar come Ornette Coleman, Jack Bruce, Dieter Moebius, Natalie Cole, Daevid Allen e tanti, troppi altri. Da ricordare con amara ironia Leonard Cohen che scomparve non molto tempo dopo l'assegnazione del Nobel a Bob Dylan, quasi un "discorso tra poeti in musica". Nel 2016, dicevamo, si segnalarono due importanti decessi che fecero scalpore: Keith Emerson si tolse la vita in primavera e a dicembre venne seguito da un Greg Lake sconfitto dal cancro. Nel giro di nove mesi, gli EL&P si erano visti privati di due terzi dei loro componenti. Rimaneva solo Carl Palmer, quello che tutti consideravano il terzo in gerarchia, quello che nel '86 era stato rimpiazzato da Cozy Powell perché Emerson, Lake & Powell, abbreviato, risultava sempre EL&P. Malgrado tutto, nel 2016, scomparso Emerson, decise di metter su questa band per omaggiare lui e la sua depressione dovuta a una malattia degenerativa che gli impediva di suonare, causa primaria del suo suicidio. Del resto, alla nascita del gruppo Carl Palmer's ELP Legacy, Lake era già da tempo a letto in attesa dell'inevitabile. Ciò, per Palmer, in origine, doveva essere una semplice manifestazione per celebrare i propri cinquant'anni di carriera ma si sa, cosa non si fa per gli amici?


In questo disco, "Live", infatti, è possibile notare subito due cose: la prima è la scelta di realizzare un lavoro interamente strumentale; la seconda è quella più curiosa, ossia la presenza di brani dei King Crimson e dei Nice - oltre che, ovviamente, degli EL&P originali - . Inoltre, quello che suona ancor più curioso in una riproposizione della carriera - o del «mito» come recita il titolo del disco - è la totale preponderanza della chitarra di Paul Bielatowicz, suo sodale già dal 2013. Questo torto ai puristi è forse la cosa più paradossale che avrebbe potuto riguardare un concerto che nasceva con l'intento di omaggiare Keith Emerson poiché con quelle sei corde la band ha letteralmente ucciso le tastiere del "Jimi Hendrix del pianoforte".


Tra arrangiamenti di brani di musica classica come la "Toccata e Fuga in Re Minore" di Bach, il rondò dal "Les Indes Galantes" di Rameau - missato con "La Cavalcata delle Valchirie" di Wagner -, si prosegue con una sorprendente "21st Century Schizoid Man", una "America" presa da "Elegy" dei Nice, una rilettura ridotta di "Tarkus" dove la chitarra sostituisce gli arabeschi che un tempo furono di Emerson all'hammond, una "Knife-Edge" che pare trasformata in un brano hard-rock degli anni '80 - con una batteria amplificata molto più degli altri strumenti - , per poi defluire in una particolarissima versione di "Trilogy" che è quasi una sorta di palcoscenico per le abilità di Carl Palmer il quale esegue un lungo assolo che prende tutto il corpus centrale del brano.


Il disco, nell'edizione deluxe, è accompagnato anche da un DVD intitolato "Picture At An Exhibition - A Tribute to Keith Emerson". Qui, oltre alle già citate "21st Century Schizoid Man", "Knife-Edge", troviamo anche altri brani classici della band come "Take a Pebble", "Fanfare for the Common Man" - brano nel quale è presente Steve Hackett, ospite speciale di questa esibizione insieme a Mark Stein e David Frangioni - . Anche qui trovano spazio brani di musica classica, su tutti i "Carmina Burana".


Ascoltando l'intero lavoro appare chiaro come Carl Palmer, quasi come il sopracitato Steve Hackett, verrà ricordato in eterno per il suo periodo con gli EL&P, malgrado la sua successiva carriera consti di lavori di ottima fattura, forse ingiustamente evitati dal pubblico. Quello che stupisce è la capacità di sapersi reinventare, trasformando il rock classicheggiante e sinfonico degli EL&P in qualcosa di più "arena-rock", quasi a ricordarci le formazioni dei Queen dopo la dipartita di Freddie Mercury, in particolare nel sodalizio con Paul Rodgers. Non si può far a meno di sorridere quando, invece, si nota quella immancabile e inconfondibile necessità, tipica dei membri della band originale, di dover dimostrare più del dovuto a chi li ascolta la quale, malgrado la carta d'identità reciti che siamo alle soglie dei settanta, non si è mai dileguata nella mente di Carl Palmer che, bianco nei capelli ma giovane in spirito, alza l'amplificazione della batteria e si mette a riscrivere un brano storico come "Trilogy" trasformandolo in una sua passerella.


Tutto ciò ci riporta indietro, agli anni '70, alla memoria di due grandi musicisti oggi defunti, e lascia trasparire un velo di malinconia per quello che, di fatto, potrebbe essere stato il commiato definitivo, il canto del cigno di una delle band più famose del panorama rock. Inconfondibili fino alla fine, desiderosi di dimostrare il loro virtuosismo più di quanto richiesto. Nel bene e nel male, unici. Ci mancherete.





01. Rondeau Des Indes Galantes/Ride Of The Valkyries

02. Toccata And Fuga In D Minor

03. Mars, the God of War/21st Century Schizoid Man

04. Tarkus

05. America

06. Knife-Edge

07. Trilogy

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