Leprous
The Congregation

2015, InsideOut
Prog Rock

Recensione di Riccardo Coppola - Pubblicata in data: 25/05/15

Una canzone dei Leprous è pura angoscia. Puro delirio. Si entri in quest'ottica delle idee prima di avvicinarsi a "The Congregation": trattasi infatti dell'ennesima tappa della picchiata che la band norvegese ha intrapreso dall'esordio "Tall Poppy Syndrome", verso i più profondi recessi dell'umana follia. Ed è il punto più basso di questa esplorazione, privo sia di quelle esplosioni di colore (qualcuno ricorda "Dare You"?) che di quei palpabili romanticismi (la "The Cloak" che impreziosiva il precedente "Coal") che riuscivano a stemperare i già nerissimi predecessori.



Chiarito il mood, scorre comunque fluido questo quinto album, con un andamento che in partenza dà l'illusione d'essere movimentato, caotico, tarantolato: il main single "The Price" mette in scena un ossessivo e interminabile riff, declinandolo prima in un insolito djent e poi in pulsazioni tastieristiche a la Enter Shikari; la successiva "Third Law" pare richiamare, guidando verso i vertiginosi acuti dei ritornelli, i serrati stop'n'go tipici del prog metal di "Bilateral". E' un comparto sonoro, quello che guida i primi passi dell'album fino al climax di "Rewind" (una piacevolissima marcia in stile Indukti) che diventa più diretto che mai, vivendo di rumorosi sprazzi piuttosto che di assoli o barriere sonore, sottolineando le circonvoluzioni vocali di Einar Solberg, sempre più centrali nell'economia della band: il vocalist è protagonista ancora una volta di una prova in cui si sprecano i virtuosismi, che avvicina la band ai lidi di un prog operistico assolutamente unico nel suo genere, e che -pur concedendosi ancora qualche leziosità di troppo- riesce stavolta a non trascinarsi negli interminabili minuti di vocalizzi che avevano tanto penalizzato il precedente album.



Superate le immancabili citazioni black (genere che la band ha sempre venerato e incorporato, a modo suo, in ogni sua opera) della già citata "Rewind" o di "Slave", messe in campo con un'intensità tale che parrebbe che qualcuno abbia pugnalato Solberg durante le sessioni di registrazione, "The Congregation" supera il giro di boa sciogliendosi in una disarmante stasi, abbandonandosi ai flutti di riuscitissime ballate. "Moon", "Down" e soprattutto le desolate note elettroniche di "Lower" portano ad un aggraziato, impeccabile compimento il percorso di una band dal sound ormai consolidatissimo e immediatamente riconoscibile, ma ancora capace di evolversi e di stupire, e addirittura -cosa non da poco- di rendere le sue plumbee agitazioni tremendamente accattivanti.





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