Bethlehem
Lebe Dich Leere

2019, Prophecy Records
Dark Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 21/05/19

I Bethlehem conservano, da sempre, una nicchia speciale nella giungla dei generi estremi: la band tedesca, gravitante attorno alla mente creativa di Jürgen Bartsch, a metà anni '90 dettò, grazie a pietre miliari del calibro di "Dark Metal", "Dictius Te Necare" e "S.U.I.Z.I.D", le coordinate di quello che di lì a poco sarebbe stato battezzato come DSBM. Dopo una fase sperimentale dai risultati altalenanti, il gruppo, dalla line-up rinnovata, ha preferito, con l'album omonimo del 2016, ricalcare le orme del passato, lasciando, però, ampio margine alle contaminazioni. Le performance vocali di Onielar, frontwoman dei Darkened Nocturn Slaughtercult, vicine, nello stile, allo screaming straziante di Rainer Landfermann, alzarono di livello un ultimo disco discreto, ma piuttosto confusionario nelle scelte in sede di songwriting. "Lebe Dich Leer", invece, se non fa dell'equilibrio la propria virtù principale, riesce comunque a raggiungere l'obiettivo dei suoi illustri predecessori: turbare profondamente l'ascoltatore. Impresa non da poco.

 

Già dai pezzi iniziali emerge, con chiarezza, la cifra stilistica dell'intero lavoro: spleen a manetta, insalubri colate di melodia, stoccate di pece nera. La produzione concede spazio ai contrasti, agli stridori perversi: la chitarra scricchiolante e, a tratti, ambientale, il basso sadico e agrodolce, la batteria basilare, i synth che compaiono all'improvviso, i vuoti elettronici. Le ammiccanti sfumature gothic e industrial rispettivamente di "Verdaut In Klaffenden Mäulern" e di "Niemals Mehr Leben" diventano illusorio veicolo per un annuncio di morte in realtà sinistro e spietato.

 

"Ich Weiß Ich Bin Keins" costituisce il primo momento di enfasi atmosferica: i bisbigli introduttivi della singer contribuiscono all'evocazione di uno stato d'animo morboso, le cui pustole esplodono in un urlo disperato e avvilente. I nostri sanno erigere, poi, monumenti carichi di malinconia e oscurità ("Wo Alte Spinnen Brüten"), possono, a piacimento, alterare la materia rock ("An Gestrandeten Sinnen"), addirittura si permettono una parentesi quasi benevola ("Bartzitter Flumgerenne"); al contrario, il grezzo approccio punk di "Dämonisch Im Ersten Blitz", "Ode An Die Obszöne Scheußlichkeit" e "Aberwitzige Infraschall-Ritualistik" ansima ritmico nel peculiare e fluido black/doom del combo di Grevenbroich.

 

La vita grigia negli slums, il "Marat-Sade", un malessere infinito: "Lebe Dich Leere" rappresenta l'ennesima dimostrazione dell'innata capacità dei Bethlehem nel delineare panorami di desolazione e follia senza rinunciare a schizzi di velenosa critica sociale. Perché quando la vita si arresta, tocca alla musica ricomporne i cocci, tra alcol, droghe, nichilismo, e un senso di vaga rassegnazione.





01. Verdaut In Klaffenden Mäulern
02. Niemals Mehr Leben
03. Ich Weiß Ich Bin Keins
04. Wo Alte Spinnen Brüten
05. Dämonisch Im Ersten Blitz
06. An Gestrandeten Sinnen
07. Ode An Die Obszöne Scheußlichkeit
08. Aberwitzige Infraschall-Ritualistik
09. Bartzitter Flumgerenne

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Skillet: John Cooper

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