Kvelertak
Meir

2013, Roadrunner Records
Heavy Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 25/03/13

"Prendete nota dei Kvelertak, ne sentiremo ancora parlare sicuramente."

Concludevamo così la recensione del debutto omonimo dei Kvelertak di tre anni fa. Certo non ci voleva Nostradamus, nè la presunta sbandierata conoscenza/preveggenza dei tanti critici matricolati e cammellati sulla carta stampata o virtuale, il sestetto di Stavanger, per dirlo con un termine tecnico, spaccava, poche storie. Difatti dal primo album la carriera dei nostri ha preso una via che potremmo definire in completa discesa, tra tour importanti e notevole considerazione di stampa e pubblico, la firma per Roadrunner Records non è stata altro che una naturale conseguenza.

Arriviamo quindi nel 2013 con “Meir” per le mani. Partiamo dal fondo e sottolineiamo ancora una volta, come fatto per “Kvelertak”, due elementi che nell’era digitale stanno diventando a torto sempre più marginali: produzione e artwork. Il suono, affidato ancora a Kurt Ballou dei Converge è ottimo, con il giusto bilanciamento tra pulizia e ruvidezza, in cui ogni strumento è bilanciato a dovere. Se è vero che un piatto prima lo si mangia con la vista e con l’olfatto, un disco lo si “giudica” di primo acchito dalla copertina. I nostri sono andati sul sicuro affidando il lavoro all’acclamato John Baizley dei Baroness, dallo stile riconoscibile al primo sguardo e incredibilmente evocativo non solo nella cover ma in tutto l’artwork all’interno del disco.

Due fattori importanti che non avrebbero troppo valore se la musica in “Meir” non fosse di qualità. Pericolo scampato. I Kvelertak non deludono fortunatamente, riuscendo a tenere botta all’inevitabile pressione di dare un seguito a un primo lavoro così acclamato quanto inaspettato (anche se trovare un musicista pronto a confessare l’ansia da prestazione è più raro di un unicorno). Facendo fede al titolo scelto, ovvero tradotto dal norvegese “di più”, i giovani ragazzi alzano il livello di complessità e contaminazione, non tradendo il proprio trademark. Come sempre è amplissimo lo spettro di influenze in seno alla band, dal black metal alla Darkthrone, all’hardrock quadrato e basilare di Ac/Dc o Motorhead (ad esempio ascoltare l’ultima “Kvelertak” è come essere al cospetto di una versione 2.0 di Angus e compagni in salsa norvegese). In mezzo a tutto questo c’è molto, tanto (non dimentichiamo le note hardcore e punk), declinato in uno stile complesso ma al tempo stesso frizzante, radio friendly, in cui i vari stacchi sono ben amalgamati nel tessuto delle composizioni, dando vita a brani per lo più accattivanti e immediati, con la capacità di svelare le carte nascoste col passare degli ascolti.

Facendo fede al “di più” appena menzionato, troviamo anche un terzetto di tracce più lunghe e strutturate nella seconda metà del lavoro, “Nekrokosmo”, “Undertro” e “Tordenbrak” (quest’ultima va a sfiorare i nove minuti) che decretano la capacità del combo nel saper spingersi oltre alla canzone canonica, per quanto poco canoniche siano comunque le canzoni dei nostri, che lasciano ben sperare in uno sviluppo in questa direzione, nel dare sempre maggior respiro alle proprie composizioni, senza tralasciare singoli apripista alla “Bruane Brenn”, forse il territorio (ancora) preferito dei Kvelertak. Infatti, potreste subito obiettare che nonostante tutto questo “di più”, il nuovo album prende meno del debutto. Il motivo è presto detto: “Meir” non rappresenta una sorpresa, il classico fulmine a ciel sereno, ma una bellissima conferma, in cui i miglioramenti e gli affinamenti a rendere le nuove tracce leggermente meno spontanee e più studiate (finezze comunque), per giunta non troppo distanti dal primo full, arrivano a orecchie già allenate a tale sound, quindi meno propense a sperticarsi in lodi e voti più lusinghieri. Non fraintendete, “Meir” ha una sua caratterizzazione che lo distingue chiaramente da “Kvelertak” ed è una felicissima isola felice in un mare di mediocrità. Diciamo che la missione di “Meir” era quella di definire lo status della band, se fosse pronta a non ballare una sola estate e in grado di durare anche col sopraggiungere dell’inverno. Staremo a vedere cosa ci porterà il futuro, per ora il risultato basta e avanza.



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