Killswitch Engage
Disarm the Descent

2013, Roadrunner Records
Metalcore

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 02/04/13

“Essere ripetitivo è il mio lavoro, il mio lavoro, il mio lavoro”

Ascoltando “Disarm the Descent”, nuovo album dei Killswitch Engage, potrebbe venirvi in mente l’episodio dei Simpson in cui Bart diventa momentaneamente famoso come “ragazzo non sono stato io”, acclamato e sfruttato fino a finire presto nel dimenticatoio e uscire dallo showbiz dalla porta di servizio, perchè “se vuoi reggere devi rinnovarti”.

Ecco, le cose nella realtà non stanno proprio così, perchè il mondo dello spettacolo è pieno di “cariatidi” ancora sulla cresta dell’onda ferme sui propri passi da sempre, musica inclusa anzi, territorio molto fertile per costruirsi una piccola/media/grande nicchia di mercato e fan entro cui prosperare. I Killswitch Engage lo hanno fatto anni fa, diventando portabandiera del metalcore a stelle e strisce, cavalcando con merito il periodo senza però accorgersi dell’evolvere dei tempi e che la proposta di ogni nuovo inciso, da anni a questa parte, non ha fatto altro che oscurare quanto di buono fatto in passato.

“Disarm the Descent” rischia infatti di venir ricordato solo per l’avvicendamento dietro al microfono, dove al posto di Howard Jones, ritorna in plancia lo storico Jesse Leach. Per il resto ci troviamo davanti al classico album dei Killswitch Engage che ormai potremmo immaginare già prima di premere play sul lettore. Sì il nuovo arrivato è veloce, potente, sufficientemente tecnico, dal suono corposissimo (ci hanno messo le mani il chitarrista Dutkiewicz ed Andy Sneap, m’hai detto cotica...), ma basta? No, perchè tutto si alterna con troppa prevedibile regolarità, con la solita altalena di cantato “harsh” e pulito, strofe heavy/groovy e ritornelli ariosi, melodici e speranzosi, secondo l’adagio “se solo gli At The Gates avessero un euro per ogni giro di chitarra copiato da “Slaughter Of The Soul” sarebbero più ricchi degli U2” (ci autocitiamo dalla nostra analisi dell’ottimo “The End Of Heartache”).

Che l’assenza di evoluzione fosse una prerogativa dei nostri era altrettanto palese, quindi questo non è certo un fattore così penalizzante. Diciamo che “Disarm the Descent” è il classico parto dedicato ai fan più accaniti (neanche più ai semplici sostenitori), ammaliati dal ritorno dell’ugola di un tempo, ma con davvero poca carne al fuoco sotto la scintillante confezione. Il discorso è sempre quello: accontentarsi e chiudere un occhio o analizzare con il giusto distacco? Il voto a fondo pagina risponde alla domanda.



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