Iron Maiden
The X Factor

1995, EMI
Heavy Metal

Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 25/05/15

Cielo plumbeo sul calar del giorno, nuvole pesanti che si addensano. Un fulmine illumina le piccole logge di un monastero arroccato su una parete rocciosa in un paesaggio aspro e montano. Un canto cupo rende ancor più tetra l’aria, mentre gl’incappucciati fedeli ai propri precetti si fanno largo nel buio dei corridoi con candelabri e candele dalla fioca luce.

Eleven saintly shrouded men
Silhouettes stand against the sky
One in front with a cross held high
Come to wash my sins away

Non più opener ruggenti, scatenate, furibonde che cavalcano all’impazzata fuori dalle casse dello stereo per saltare addosso all’ascoltatore e picchiarlo a suon di decibel e galoppanti terzine: “The X Factor” si presenta con quanto di più atipico gli Iron Maiden potessero mai realizzare a metà anni Novanta, una marcia funerea, oscura, opprimente, con uno squarcio finale quasi liberatorio che tuttavia viene subito soffocato dal’oscuro imperante. Il decimo album della band inglese non è una reazione rabbiosa o di cieca fierezza nei confronti dell’abbandono di Bruce Dickinson. Poteva esserlo, ma così non è stato. Steve Harris sceglie Blaze Bayley, perfetta antitesi del disertore Dickinson: cupo, voce eccellente nei registri gravi, espressivo, quanto basta per permettere al bassista di sperimentare soluzioni stilistiche differenti.

Si, “The X Factor” è, nella globale visione del mondo della Vergine di Ferro, un esperimento. Le cavalcate sono presenti ovviamente, ma in forma diversa, il più delle volte maggiormente cadenzate. Le atmosfere sono decisamente cupe, a tratti malinconiche, in più d’un frangente tetre, tanto da far sembrare “Fear Of The Dark” un album solare. L’epicità sulfurea del Fattore X sembra la naturale – seppur funerea – evoluzione dei quella sfolgorante degli anni Ottanta, difficile da accettare ma non per questo carente di qualità. Con ogni probabilità è stato proprio questo virare verso atmosfere più opprimenti a straniare e disorientare, piuttosto che la nuova voce dietro al microfono: capitoli come “Blood On The World’s Hands”, “Fortunes Of War”, “2 A.M.”, “Look For The Truth” sono difficili da assimilare per il fan di vecchia data, pur essendo ammalianti, pur incastonandosi nelle zone più recondite del cervello, ma, come già detto, sono epicità ed atmosfera differenti.

Ciò che rende questo capitolo degli Iron Maiden degno di rispetto è il lavoro che vi fu dietro. Bayley, come già detto, possiede uno stile decisamente diverso dal suo predecessore, sarebbe stato un suicidio iniziare a comporre brani sulla falsa riga degli ultimi anni. Prove, provini, riunioni e quant’altro per scovare la formula migliore da adottare di volta in volta, idee e arrangiamenti che inevitabilmente si univano alla cupezza umorale che in quel periodo imperversava in Harris (divorzio alle porte, un padre che di lì a poco avrebbe lasciato questo mondo), il che si tradusse con strutture meno lineari, più complesse anche laddove apparentemente si semplifica (“The Aftermath” è incredibilmente dinamica, un continuo crescendo, ed alcune idee verranno riprese in “Dream Of Mirrors” anni più tadi) . Altro elemento a favore sono gli assoli di Murray e Gers, decisamente più azzeccati ed ispirati rispetto a “No Prayer For The Dying” ed alcuni episodi di “Fear Of The Dark”, decisamente meglio amalgamati alle strutture più complesse dei brani.

Quel che davvero manca a “The X Factor” è un certo mordente, quel suono dirompente che ti sbatte violentemente contro il muro (eccezion fatta per "Man On The Edge", l'episodio più rampante e fulminante del disco, non a caso firmato da Bayley e dal funambolico Gers), tant’è che in sede live tutti i brani guadagnano decisamente in energia sprigionata. Attenzione però: guai pensare che sia un album piatto, perché le dinamiche e la carica emotiva si percepiscono nitidamente, ma ha un impatto completamente diverso da tutto ciò che l’ha preceduto, graffiante ma non lacerante, riuscendo solo a sfiorare quel quid che gli avrebbe permesso sin da subito di raccogliere i consensi che si sarebbe meritato all’epoca della sua uscita.

Disco da riscoprire, tralasciando dissapori o preconcetti o qualunque cosa faccia distogliere l’attenzione dall’indubbia qualità di in esso contenuto. Percorsi differenti rispetto ai fulgidi arrembaggi del passato, atmosfere inquiete eppure ammalianti, furia non più dirompente, ma sinistra, cupa e per questo subdola, difficile da inquadrare immediatamente.

’The X Factor’ è senza ombra di dubbio l’album più sottovalutato degli Iron Maiden. È un grande album, con grandi canzoni. Dovrebbe essere un classico nella discografia della band.” Rod Smallwood




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