Iron Maiden
The Book Of Souls

2015, Parlophone Records
Heavy Metal

Un disco, un'epopea, un'ora e mezza di grande musica. I Maiden fanno centro e rubano l'anima.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 03/09/15

Gli Iron Maiden sono un pilastro dell’Heavy Metal, questo è indiscutibile. È altrettanto indiscutibile che da almeno 15 anni, con fortune alterne, Steve Harris e soci hanno intrapreso un cambiamento graduale eppur inarrestabile nel loro modo di concepire il metal, prediligendo ogni volta composizioni più articolate, più complesse, a tratti difficili da assimilare (o da accettare, per alcune frange di fan) al primo ascolto. “Dance Of Death” pose le basi per il sound meno patinato e più coriaceo “live-style”, “A Matter Of Life And Death” sperimentò ancora di più – nel bene e nel male – il mondo di brani più complessi e dalle tinte più oscure, “The Final Frontier” cercò di amalgamare cavalcate e nuova linfa creativa. “The Book Of Souls”, se vogliamo, è il punto più complesso raggiunto dal sestetto inglese negli ultimi vent’anni.

Cominciamo dicendo cosa non è “The Book Of Souls”: non è un disco facile, ma proprio per niente. Credevate che il resto del doppio album sarebbe stato una versione un po’ più prolissa del singolo “Speed Of Light”? Poveri illusi: se lo prendete sottogamba, è facile che entrambi i CD diventino presto i vostri sottobicchieri preferiti. Sono necessari svariati, ripetuti, continui ascolti, è necessaria una concentrazione piuttosto importante per non annegare nel marasma di minuti che la maggior parte delle canzoni propone. Questo vi spaventa? Non avete tutti i torti, ma fatevi forza, non scoraggiatevi, tappatevi la bocca dalla possibile esternazione di bestemmie ed insulti vari e prendetevi tutto il tempo necessario per ascoltare bene, con attenzione, con concentrazione. Non è, questo, un disco che si possa mettere come sottofondo per le vostre serate alcooliche, ma un esercizio di ascolto. Non di stile, di ascolto: “The Red And The Black” passerà da “’sta roba non sta né in cielo, né in terra” all’intercettare, comprendere ed apprezzare il filo conduttore tra le sezioni che compongono quel marasma sonoro che è la parte centrale (non vi incolperemo, invece, se non vi piacerà completamente l’ultima parte di assoli), apprezzerete la title track ascolto dopo ascolto. I 18 minuti di “Empire Of The Clouds”, invece, vi emozioneranno sin dal primo tocco di pianoforte del capitano Dickinson: capolavoro mastodontico, imponente quanto lo zeppelin di cui vien narrato il tragico epilogo, epico come pochi altri episodi della storia recente del metal firmato Iron Maiden (persino la bellissima e blasonata “Coming Home” del precedente “The Final Frontier” ne esce ridimensionata in quanto ad emozionalità e coinvolgimento).

Ancora spaventati? In vostro soccorso allora arrivano brani più accessibili, come il singolo “Speed Of Light” (la canzone meno rappresentativa di tutto l’album, col suo hard rock semplicemente un po’ più roboante dei canoni classici) o la furiosa “Death Or Glory” (ignorante e veloce come i fan di vecchia data esigono), senza dimenticare l’altrettanto adrenalinica “When The River Runs Deep”. Nota di merito per “Tears Of A Clown”: pur non essendo la migliore (l’assolo di Murray è poco ispirato), è stato un bel gesto dedicarla allo scomparso Robin Williams, divenendo un’occasione per riflettere quali mali possono affliggere un essere umano solo apparentemente felice con se stesso e con gli altri. Non sono presenti veri e propri giri a vuoto, anche se è indubbio che la parte solistica di “The Great Unknow” ha una base ritmica presa di peso da “No More Lies”, una piccola parte di “Shadows On The Valley” ricorda molto “The Fallen Angel” e i cambi tonali di “The Man Of Sorrows” non funzionano a dovere, soprattutto nella parte centrale. In novantadue minuti di musica, tuttavia, non sono difetti – soprattutto nei primi due esempi – che minano in maniera considerevole l’intero operato.

Si, d’accordo,” direte voi “ma Bruce come canta?”. Il tumore (anzi, i tumori) alla lingua non hanno intaccato molto la resa generale dell’Air Raid Siren, anche se spesso – e non è da considerarsi un difetto vero e proprio – il Nostro gioca d’esperienza, puntando più sull’interpretazione che verso vette tonali sempre più faticose da raggiungere. Non è una sterile lamentela (in “Death Or Glory” e “The Book Of Souls” ascolterete un Dickinson eccezionale), ma è la realtà dei fatti: i Maiden stanno invecchiando, come tutti in questo mondo, ed è normale che ad una prestazione eccezionale si affianchi sempre più spesso una interpretazione altrettanto soddisfacente, ma che lesina sempre più di picchi di tonalità (in “Speed Of Light” le parti più alte soffrono un po’).

“The Book Of Souls” non è un disco per tutti. È immenso, letteralmente. L’ora e mezza abbondante sprigionata dai due supporti ottici potrà scoraggiare molti, ma se avrete la pazienza di cambiare ripetutamente CD o, se siete dei simpatici masochisti, di cambiare continuamente lato ai vostri tre vinili, Il sedicesimo studio album degli Iron Maiden vi ripagherà della fatica, dell’impegno, della dedizione e della fiducia.
 
Cervellotico, affascinante, impervio. Non l’Everest della loro discografia, quanto più un K2: non la vetta più alta, ma di certo tra le più complesse, difficili e affascinanti.




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