Iron Maiden
Piece Of Mind

1983, EMI
Heavy Metal

Come dei novelli Dedalo, gli Iron Maiden realizzano un album per l'epoca innovativo e molto diverso dalle precedenti opere.
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 12/01/14

L’aria di cambiamento era chiaramente avvertibile in “The Number Of The Beast”, con gli Iron Maiden che trovarono in Bruce Dickinson il giocattolo perfetto per poter testare nuove soluzioni e nuove intuizioni compositive. Il vento di cambiamento divenne vortice quando la band concerto dopo concerto iniziò a volare così in alto da poter toccare quasi il sole, ma sapeva di avere addosso un indumento che era divenuto troppo logoro e che s’impigliava nelle pur poderose ali che non smettevano di sbattere energicamente. Per evitare di divenire dei novelli Icaro dal giubbotto borchiato, Steve Harris e soci dovettero prendere l’amara decisione di sbrigliare le ali da ciò che stava divenendo un impiccio.

Così, quando il 1982 volse al termine per far spazio ad un 1983 gravido di cambiamenti, gli Iron Maiden si riunirono attorno ad un tavolo, e non senza difficoltà emotiva dissero chiaramente all’amico Clive Burr che il suo stile non era più in linea con quella che sarebbe stata la futura strada della Vergine di Ferro. Comprensibilmente scosso, se non deluso, il giovane batterista che aveva contribuito molto al sound dei primi Maiden accettò (o meglio, dovette accettare) la decisione e si fece da parte, anche se per fortuna di entrambe le parti almeno sul piano umano le relazioni non si interruppero mai completamente, né si deteriorarono gravemente.

Perché dare il ben servito ad un musicista del calibro di Clive Burr? Semplice: già da qualche tempo Rod Smallwood e Steve Harris stavano tenendo d’occhio il batterista dei Trust, band francese molto promettente e che affiancò il gruppo inglese in più d’una occasione. Musicista eclettico ed eccentrico (famosa la sua repulsione per l’utilizzo del doppio pedale, preferendo piuttosto l’esecuzione velocissima del classico singolo pedale), estroverso come pochi altri, Nicko McBrain non era di certo uno che passava inosservato. Tra l’altro, non lo è neppure tutt’ora. Quel che affascinò il fondatore dei Maiden era il modo di suonare di McBrain, piuttosto tecnico e vario, in grado di adottare un pattern di soluzioni decisamente più ampio di quello a disposizione di Burr, il che sopperiva enormemente all’effettiva mancanza di un sound robusto e massiccio, cavallo di battaglia invece del dimissionario batterista. Esempi sono l’esecuzione dell’intro e degli stacchi in “Where Eagles Dare”, il grande lavoro dietro le pelli nella splendida “Revelation”, ma anche in “Die With Your Boots On” e nella conclusiva, eccellente, impressionante “To Tame A Land”, senza dimenticare l’anthem per eccellenza dei Maiden, “The Trooper”.

Col nuovo arrivato già seduto dietro i tamburi, i Nostri si rinchiudono nell’hotel Le Chalet, nelle isole di fronte al Jersey, dove per diverse settimane, tra casse di birra svuotate in men che non si dica e partite a biliardo, mettono insieme riff, armonie e versi per il nuovo album. Il tempo di prendere un aereo, arrivare alle Bahamas e rinchiudersi nei Compass Point Studios con il fedele Martin Birch, ed ecco che prende forma quel che nei piani avrebbe dovuto chiamarsi “Food For Thought”.

Piece Of Mind” è un enorme passo avanti sotto molti punti di vista: le tematiche evocano mitologia greca, alta letteratura, storia e la settima arte, il che già fa notare come l’impegno di Dickinson nella stesura dei testi abbia contribuito non poco all’espansione del campo visivo ed immaginifico della band; Adrian Smith è ancora più ispirato e stimolato nella composizione grazie alla grande sintonia instaurata col cantante, con cui scambia pareri, consigli ed idee. D’altro canto, Steve Harris riesce a dar ampio sfogo alle sue ambizioni simil progressive sfruttando la duttilità di McBrain, scrivendo brani molto complessi e decisamente originali per la band in quel periodo, “Quest For Fire” e la già citata “To tame A Land” in primis (la reiterazione per certi versi esagerata della cavalcata terzinata alla “The Trooper” sarà una costante solo dei dischi successivi). Tra un’evoluzione e l’altra, c’è anche tempo per prender in giro i perbenisti detrattori che tanto avevano contestato la band all’uscita di “The Number Of The Beast”: “Still Life” inizia con un incomprensibile messaggio registrato al contrario, come nella più classica tradizione mefistofelica ed oscura; peccato si tratti semplicemente di Nicko McBrain che ubriaco pronuncia parole a caso e che ci degna anche di un rutto.

Dal punto di vista della produzione, “Piece of Mind” ha un sound molto più secco e meno roboante del suo predecessore, questo per metter in risalto la maggiore complessità delle parti di batteria e donare maggior ariosità a gran parte degli episodi, caratterizzati generalmente da strutture più ampie che in passato. L’assalto sonoro rimane, e solo chi non ha mai adagiato il CD nello stereo può rimanere inerme dinanzi all’irruenza di “The Trooper”, ma viene altresì introdotta la necessità di approcciarsi all’ascolto in maniera differente, più ragionata, per scovare determinati passaggi ed accorgimenti che solo una buona concentrazione è in grado di cogliere. Non siamo dinanzi alle complessità dinamiche del progressive puro, ci mancherebbe, ma sotto molti aspetti non siamo nemmeno al cospetto di un album da mettere sul piatto e farlo partire mentre si è impegnati in altro.

Uno dei punti più alti della carriera del quintetto inglese (e siamo solo alla quarta prova in studio), “Piece Of Mind” è la concretizzazione della svolta presagita in “The Number Of The Beast”. Rispetto a quest’ultimo, il disco in esame ha avuto leggermente meno successo nelle vendite (raggiungerà comunque la terza posizione nelle classifiche di vendita) e, come già detto, necessita di un’attenzione maggiore, ma non per questo è da giudicare inferiore, visto e considerato l’importante salto qualitativo a livello tecnico di tutti i componenti. Se vogliamo, può anche esser definito come la versione “asciutta” e ragionata del successivo “Powerslave”, il quale avrà toni un po’ più roboanti, di certo più epici ed esasperati, ma di questo ne parleremo a tempo debito.

Potevano tramutarsi in novelli Icaro, gagliardi e pieni di sé tanto da voler toccare l’astro infuocato sovrastimando le proprie capacità ed ignorando i propri limiti. Invece hanno vestito i panni di novelli Dedalo, capaci di realizzare un’opera degna del nome che portano, superando le aspettative dei profani e di loro stessi, senza per questo rimanere imprigionati nel loro stesso progetto, ma anzi studiandolo minuziosamente in ogni sua parte, padroneggiandolo e non divenendone vittima.



Speciale
Chester Bennington: "Erase all the pain till it's gone"

Speciale
Rockin’1000 Summer Camp

Speciale
Blind Guardian: Hansi Kürsch; André Olbrich

Intervista
Next To None: Max Portnoy; Mike Portnoy

Speciale
PREMIERE: guarda il video di "Bitter End"

Speciale
Kenny Wayne Shepherd Band: guarda il trailer di "Lay It On Down"