Iron Maiden
Powerslave

1984, EMI
Heavy Metal

Powerslave è un album dall’anima devastante; quell’anima che gli Iron Maiden degli albori incastonarono in una quindicina di Horcrux, e che vive tutt’ora in ogni album, intatta e indipendente
Recensione di Marta Scamozzi - Pubblicata in data: 05/11/16

ENGLISH VERSION BELOW 
 
 
---ITA--- 
 
 
 
“Ricordo che al primo concerto al Marquee eravamo emozionati perché il locale era strapieno! Non pensavo certo di diventare più famoso di così. Era il top. […] Pensavo sempre: prima o poi la giostra si fermerà, e gentilmente saremo invitati a scendere… ma è andata a finire in tutt’altro modo!”
 Dave Murray, intervistato da Mick Wall.
 
 

Quando, nel 1979, i giovani Iron Maiden riuscirono a strappare un contratto che li vincolava alla EMI per tre album, il piano sembrava essere quello di raggiungere la perfezione con il terzo disco, dopodiché la band, svincolata, sarebbe stata preda delle circostanze e del destino. 
Fino al 1982 il piano filò liscio, soprattutto considerando lo straordinario livello raggiunto con “The Number Of The Beast”. Diversamente dalle premesse, però, quello che avrebbe potuto rappresentare il vertice della carriera di una brillante meteora della NWOBHM, altro non è stato che il trampolino di lancio per un’incredibile serie di album eccellenti. 
“Powerslave” stesso è uno  degli apici dopo il quale ci si aspetta quel declino, che però non è mai arrivato. Le sonorità schiette e aggressive di “Aces High” che strizzano l’occhio al precedente “Piece Of Mind” si mescolano ai nuovi orizzonti verso i quali tendono la title track e la geniale “The Rime Of The Ancient Mariner”. 
 
 

Il quinto lavoro della vergine di ferro è anche la definitiva consacrazione di un nuovo frontman, ciliegina su una torta già estremamente gustosa. La partecipazione crescente di Bruce Dickinson nella composizione delle canzoni innesca una bomba a orologeria che esploderà qualche anno dopo, quando egli sentirà l’esigenza di staccarsi dalla band per fare i conti con sé stesso in quella serie di album sperimentali che, una volta esaurita, contribuirà a costruire la personalità degli Iron Maiden del nuovo millennio.
“Powerslave”  si apre con l’accattivante riff di “Aces High” guidato da una linea di basso semplice e veloce, che accompagna l’interpretazione perfetta di un Bruce Dickinson calato nella parte del pilota inglese della seconda guerra mondiale nel bel mezzo dell’attacco aereo su Londra. La sua voce graffiante arricchita dall’effetto eco esplode nel ritornello finale in un noto, irraggiungibile acuto. 
Segue l’inconfondibile riff heavy metal di “2 Minutes To Midnight”, che fa da sfondo a un testo dal sarcasmo geniale, dal quale trapela l’amarezza per una società sull’orlo del baratro. Si giunge poi all’ipnotizzante “Losfer Words”, un pezzo strumentale scritto da Steve Harris che sembra separare la prima parte dell’album, classica e lineare, dalla crescente complessità di quello che verrà in seguito. "Flash Of The Blade" e “The Duellists”  sono due ottime canzoni; Il principale punto di forza della prima sono i magnifici giochi di voce di Dickinson, mentre la seconda vanta una maestosa cavalcata di basso che accompagna un'incredibile parte strumentale. Entrambe hanno purtroppo avuto la sfortuna di trovarsi in mezzo ad indiscutibili capolavori, tra i quali sono passate in sordina. 
La magia raggiunge il suo apice verso la fine dell’album, dopo il formidabile riff di “Back In The Village”; a questo punto che ci si imbatte nella maestosità della title track. 
La ritmica complessa di “Powerslave”, alternata a dissonanze che ricordano un lugubre tempo lontano, trascina una voce roca e sottomessa nella strofa, luminosa e potente nel ritornello . L’atmosfera cambia improvvisamente nel coinvolgente intermezzo strumentale, che nell’arco di un minuto prende per mano l’ascoltatore e lo trascina altrove. 
La chiusura è lasciata a uno dei capolavori assoluti composti dagli Iron Maiden, “The Rime Of The Ancient Mariner”, canzone che ha quell’inestimabile abilità di condurre l’ascoltatore in terre lontane e lasciarlo lì per ore, a divagare nei propri pensieri. La complessità immediata della struttura, il testo, le tematiche, la voce, i virtuosismi tecnici rendono impossibile descrivere in poche righe un’opera talmente completa da meritare pagine intere.
 
 
 
“Powerslave” è un album dall’anima devastante; quell’anima che gli Iron Maiden degli albori incastonarono in una quindicina di Horcrux, e che vive tutt’ora in ogni album, intatta e indipendente. Le sonorità scarne ed immediate dei primi Iron Maiden tendono  la mano a quelle sperimentazioni che la band imparerà a padroneggiare negli anni e le permetteranno di sbarcare nel 2000 senza noiosi, nostalgici revival di un passato glorioso. 
 
 
 
--- ENG --- 
 
 
 
 
“We were so excited during the first concert at the Marquee. The place was full of people! We thought it was impossible to become more famous than we were at that time. That was the top. [..]. I was always thinking: ‘the rollercoaster will stop, and we will be kindly asked to get off’. But eventually, it went in a completely different way!”
 
Dave Murray, Interview by Mick Wall


 
In 1979  the  young Iron Maiden signed a contract with EMI for the following three albums. Back then, the idea was to reach the perfection with the third release. After that the band would have been free from any obligation, quarry of destiny and circumstances.  Everything went as planned until 1982, especially if we consider the extraordinary success achieved with “The Number Of The Beast”. Then, something unexpected happened: instead of being the first step towards Iron Maiden’s downfall, following the tide of NWOBHM decay, the third album was the springboard for an incredible succession of excellent releases. 


“Powerslave” itself was one of those peaks after which somebody was expecting a descent that, so far, has not started yet. The aggressive sound of “Aces High”, blinking at “Piece Of Mind”’s warmth, is mixed with the complex structure of “Powerslave” and “The Rhime Of The Ancient Mariner”. The fifth Iron Maiden’s release is also the definitive consecration of the new frontman, not to mention the icing on the cake, which was already extremely tasty. The increasing participation of Bruce Dickinson in the composition of the tracks triggered a bomb that would have exploded a few years later, with his departure from the band. Eventually, Dickinson's research for new experimentations would have contributed to build up the personality of 2000’s Iron Maiden.
 
 
 
“Powerslave” is introduced by “Aces High” and its captivating guitar riff, driven by a fast and simple bass line. The vocalist perfectly identifies with the main character of the song, a British pilot flying over London during a Second World War attack. His voice, enriched by echo effects, explodes with an incredible high note at the end of the final refrain. The following track is opened by the unmistakable heavy metal riff at the beginning of “2 Minutes To Midnight”, being the perfect frame for words characterized by a genius sarcasm of a society on the brink of collapse. After the hypnotizing melody line which leads to the instrumental “Losfer Words”, the listener is captured by the magnificent Dickinson's voice plays in "Flash Of The Blade", and then a summoning bass ride opens “The Duellists”; the latters being probably the least known Powerslave’s songs (only because they were so unlucky to be stuck in a series of masterpieces). The closest we get to the end of the album, the more palpable becomes the magic inside it. After “Back In The Village”’s formidable, we bump into the majesty of the title track. “Powerslave”’s complex rhythmic is driven by dissonances reminding of a faraway era. It is a raspy, subdued voice in the verse that turns into a powerful call in the refrain. The atmosphere suddenly changes with the catchy instrumental intermezzo. It literally takes the listener’s hand to lead him far away. The closing is left to one of the absolute Iron Maiden’s masterpieces: “The Rime Of The Ancient Mariner”. The song opens with a passage for distant lands where the listener gets lost, wandering around for hours, alone with his thoughts. The structure, the lyrics, the themes, the vocal part, the technical virtuosity make impossible to describe, just in a couple of lines, such a complex opera.
 


The one buried into “Powerslave” is the shred of soul the young band trapped into approximately 15 Horcrux more than 30 years ago. It is the very same soul surviving in each of the album that followed, whole and independent. The pure and immediate sound typical of the first Iron Maiden’s albums stretched out to those experimentations the band will learn to manage along the years. The same sound allowing to slide into 2000 free from nostalgia and boring revivals of a glorious past.





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