Saxon
Inspirations

2021, Silver Lining Music/Militia Guard
Hard Rock

Al 23esimo album in studio, una delle band chiave della NWOBHM decide di omaggiare le proprie radici hard rock in un disimpegnato fuori programma. Operazione riuscita? Sì e no.
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 19/03/21

Non c'è community musicale più edipica degli heavy metallers, perennemente alla ricerca di padri elettivi, illustri ascendenze e quarti di nobiltà divina. Una delle conseguenze è che ogni tanto rockstar e band oggi aged, ma un tempo sulla breccia, sentano giunto il momento di guardarsi indietro, evocando gli spiriti sacri alle radici della propria musica. Ci sono più o meno recentemente passate, tra gli altri, vecchie glorie della musica dura come Steven Tyler ("We're All Somebody From Somewhere", 2016) e prima ancora Ozzy Osbourne ("Under Cover", 2005) con esiti ora malinconici, ora fiacchi, ora sorprendenti. D'altra parte, è il patetismo il rischio maggiore che si corre, ma bisogna dire che i Saxon di "Inspirations" evitano almeno tale tranello e affidano il loro amarcord a una pletora selezionata e non troppo sorprendente di evergreen dell'hard & heavy, che andrebbero a meraviglia in una lectio magistralis sulla nascita del genere.

 

Per chiarire gli intenti, il platter esordisce con gli Stones di "Paint It Black" e con la scelta non scontata dei Beatles di "Paperback Writer", entrambe hit "spacca classifica" del 1966; incastrato tra i due, l'inossidabile fascino di "Immigrant Song" dei Led Zeppelin (1970). Sapevate che "Evil Woman" non è dei Black Sabbath ma è, a sua volta, una cover? Il pezzo originale lo incisero i Crow nel 1969, per quella che quindi, in questo caso, può definirsi una cover al quadrato. Segue la gloriosa "Stone Free" di Hendrix, sempre del '69, e poi con un salto decennale ed ormai in piena stagione heavy i Motorhead ("Bomber", 1979), i Thin Lizzy ("The Rocker", 1973) e nuovamente indietro al 1970 con "Speed King" dei Deep Purple. Conclude il lavoro la tripletta "Hold The Line" (Toto, 1978), "Problem Child" degli AC/DC e un malinconico brano dei The Kinks, "See My Friends" con cui si torna circolarmente al 1965.

 

Se bastasse la gloria degli antenati, l'album meriterebbe un 10 o forse un 11. Ma così non è: se brani decisamente nelle corde della combo dello Yorkshire, come quelli di Motorhead, Thin Lizzy, AC/DC funzionano discretamente, altri sono un netto scivolone. "Stone Free" e "Hold The Line", ad esempio, lasciano quel senso un po' naif di pomeriggio scanzonato in saletta tra amici. Nulla di male, capiamoci, ma da lì ad una buona resa su disco ne passa. "Paperback Writer" sarebbe anche divertente, ma "Immigrant Song" proprio non funziona: il cuoio ha attrito diverso dal velluto. Spiace non parlare bene di questo album, ma il rischio "operazione nostalgia" è sempre dietro all'angolo in iniziative di questo tipo. E poi, ammettiamolo: perchè fare una cover per come è, senza rovesciarla da capo a piedi? Solo uccidendolo, si onora il padre. Spiace soprattutto perché la band, lungi dall'essere bollita - come dimostra anche il recente e piacevole solo album di Biff Byford - ha al contrario prodotto musica di tutto il rispetto negli ultimi anni, come testimoniano album ancora tosti come "Thunderbolt""Battering Ram" o "Call To Arms". L'iniziativa appare, quindi, poco decifrabile se non la si riconduce a ciò che è in effetti: un piacevole (forse più per la band che per l'ascoltatore) fuori programma, un po' malinconico e senza troppo impegno. Al cuginetto che - remota eventualità - corra da noi stringendo "Inspirations" tra le mani e chieda di essere educato al verbo rock, non potremmo altro che dire: "Meglio concentrarsi sugli originali prima".





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