Avatar
Hunter Gatherer

2020, Century Media Records
Melodic Death Metal

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 05/08/20

Gli Avatar si adorano o si odiano, ma bisogna ammettere che, forti di una carriera quasi ventennale e di sette album realizzati, gli esuberanti svedesi raramente lasciano indifferenti. Grazie a "Hunter Gatherer", disco incentrato sui capricci dell'evoluzione umana e sull'ambiguità della nozione di progresso, gli scandinavi, abbandonate le fantasticherie di "Avatar Country" (2018), tornano sulla Terra, ai loro affetti più oscuri e violenti, a quel melodic death meticcio e ficcante che non ascoltavamo dai tempi di "Hail The Apocalypse" (2014). La band, infatti, non ha solo cambiato tono, ma ha anche adottato un nuovo metodo: sotto la supervisione produttiva del veterano Jay Ruston, il lavoro, registrato in presa diretta e inciso interamente su nastro, si fregia di un sound grezzo e organico che partecipa pienamente all'atmosfera cupa evocata da un manciata di brani versatili e pugnaci.
 

L'anthemica opener "Silence In The Age Of Apes" avanza robusta e spacca, prendendo a prestito qualche fantasima black: il ringhio di Johannes Eckerström tuona estremamente bellicoso, accompagnato da riff intricati, ma catchy, e da una batteria imponente. La coda elettronica opera un collegamento diretto con l'industrial di "Colossus", pezzo dal ritmo marziale, vicino ai Rammstein della prima ora, con l'istrionico frontman che alterna il classico cantato teatrale a brusii inquietanti e baritonali. La rockeggiante "A Secret Door" fa proprio il vocabolario giovanile degli Stone Sour, tra fraseggi groovy, accelerazioni hardcore, chorus vivaci, pregevoli inserti melodici e gli ameni fischietti di Corey Taylor.

 

Colpiscono nel segno, pur senza sorprendere troppo, le dinamiche heavy di "God Of Sick Dreams" e "Scream Until You Wake", mentre "Child" e "Justice" rappresentano l'esempio perfetto del binomio, a tinte carnevalesche, di ponderosità e delicatezza, accostamento da sempre presente nello stile poliedrico del combo. La ballad pianistica "Gun", in cui il singer dà grande prova del suo coté vocale more fragile, costituisce soltanto un momento di pausa in tanta dimostrazione di aggressività; le chitarre articolate e la frenesia di "When All But Force Has Failed" e la gojiresque "Wormhole" riportano il platter sulle coordinate di una consistenza drammatica ed elastica.

 

Gli Avatar, ancora una volta, non si smentiscono come innati animali da palcoscenico, impeccabili dal punto di vista estetico e capaci di creare immagini vivide ed espressive: e malgrado a tratti il songwriting punti a soluzioni che rasentano la melodia facile e traslucida, il risultato finale è oltremodo soddisfacente. "Hunter Gatherer" picchia, e duro anche.





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