Anna Calvi
Hunter

2018, Domino Records
Indie

La travolgente rivoluzione musicale e sessuale della ex algida artista inglese
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 03/09/18

Anna Calvi è sempre stata un emblema di algida perfezione ed abbondannte “elevazione artistica”, spesso accusata di eccessiva freddezza. Capita, quando hai la critica dalla tua, un Brian Eno che ti avvia la carriera, un David Byrne ed una Marianne Faithfull che ti vogliono a tutti i costi nei loro dischi, una Maria Callas ad ispirare la tua voce, ed un'incursione più che attiva nel mondo della moda nel ruolo anche di modella.
A ben pensarci, per uscire da questo quadro di statuaria perfezione, c’era in effetti un solo, unico modo; ma non era una soluzione così facilmente intuibile, tanto che la Calvi stessa ci ha impiegato un lustro intero a capire che l’unico modo per convincere tutti ad emozionarsi, e lei stessa in primis, dopo aver di fatto esaurito tutto il discorso di dark alternative country con lo scorso “One Breath”, era di sporcarsi col sesso.
 
 
D’altronde, cosa c’è di più energico, vivo, pulsante, viscerale ed istintivo del sesso nella vita dell’uomo? E la cantante italo/inglese esplora questa sua rinnovata sessualità sino in fondo, senza mai scadere nella volgarità e nella trivialità, ed anche senza limiti, fluida e queer come il 2018 impone, a tal punto che le malelingue possono anche a questo episodio trovare abbondante materiale per i loro denti accusando Anna di eccessivamente ipocrita in un frammento storico in cui dichiararsi pansessuale è la nuova moda del momento. 

Ma sarebbe uno sbaglio tremendo e clamoroso, perché “Hunter”, terzo parto in carriera, è un disco che esplode di un’energia pulsante e viva come non mai.
Inutile stare qui a citare esempi di testo dei brani a rafforzare questa tesi critica: per capire la china del disco bastano la cover, i video dei due singoli promozionali rilasciati sinora (la titletrack e “Don’t Beat The Girl Out Of My Boy”) e la semplice tracklist che accompagna questa recensione alla vostra destra.
Allo stesso modo, banalizzare tutto l’impianto musicale dell’opera scrivendo che questo nuovo girl (& boy) empowerment si esprime con una virata della proposta verso il pop, sarebbe grossolano e fatale.
“Hunter”, difatti, è vero che ci propone wave ottantiana (la titletrack), funky ed atmosfere ‘60s (“As A Man”), tappeti elettronici (“Indies Or Paradise”), easy rock american style (“Don’t Beat The Girl Out Of My Boy”), fino ad un vero e proprio “omaggio” (le malelingue di cui sopra parlino pure di plagio) alla regina del queer indie contemporaneo St. Vincent (“Alpha”), ma tutto è riletto con la sensibilità di Anna che, per l’occasione, ribalta gli elementi portanti della sua penna.
 
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La voce, in primis. Se avete presente i vocalizzi di una “Sing To Me”, saprete che la Calvi era solita usare la voce come una protagonista quasi assoluta, la colonna portante su cui far volare i diversi brani. Qui la voce, invece, scende al livello del suono, si lorda e si sporca con le chitarre, per cui abbiamo una declinazione post-punk dei vocalizzi della Nostra, tanto che sembra, in certi frangenti, di assistere a crescendo destrutturanti post-rock, ma fatti con la gola, e non con un archetto che striscia su una chitarra in massimo riverbero.
Poi sì, un lavoro di estrema semplificazione, ma che non significa affatto alleggerimento. Chi ha avuto la fortuna di assistere ad alcune date estive della Calvi di anteprima del tour di “Hunter”, parla di un palco privo di ghironde ed ingombranti timpani, e di un’esecuzione rock’n’roll vissuta in modo totalizzante col pubblico, con tanto di stage diving estremi e voglia di coinvolgere e di unirsi.
Come un atto carnale, appunto.

E’ tutto molto più sfumato, dunque, rispetto ad un semplice discorso: disco pop che funziona proprio perché leggero. Andrebbe aggiunto a tutto questo una certa convinzione e decisione da parte di chi l’ha scritto. Per dire: in “Swimming Pool” la Calvi sembra in tutto e per tutto Lana Del Rey, eppure la cosa non è assolutamente molesta.
Poi sì, stiamo anche per scrivervi che questo disco è un capolavoro, senza se e senza ma, sicuramente il punto più alto della discografia della Calvi, ma prima di farlo non si può tacere del pathos messianico che gli inni “Chain” ed “Away” riescono a creare, quasi una purificazione artistica da tutto il sesso orgasmico (rigorosamente metaforizzato) vissuto per la quasi totalità dell’opera, e non riteniamo un caso che il brano finale si intitoli “Eden”, perché è proprio nell’apice del piacere che ci sembra quasi di intravedere il paradiso.
Ecco, questo disco riesce ad incarnare perfettamente quell’attimo, così come tutto ciò che l’ha dovuto precedere per ricreare questa estatica situazione.
E nel rivendicare il suo essere umano vivo e pulsante, Anna Calvi rende anche noi ascoltatori partecipi di questa travolgente sensazione.





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