David Bowie
Hunky Dory

1971, RCA Records
Pop Rock/Glam Rock

Recensione di Sara Picardi - Pubblicata in data: 08/01/17

"Hunky Dory" è un piccolo gioiello ingiustamente sottovalutato della produzione
musicale del camaleonte del rock.
Eclissato dall'enorme fama dei due singoli "Changes" e "Life on Mars", l'album si pone esattamente a metà strada tra il David Bowie promettente ed acerbo di "The Man Who Sold the World" e la rock star aliena che avrebbe conquistato il pianeta di "The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars".
La foto di copertina, i cui colori modificati ed esaltati ammiccano timidamente alla pop art di Andy Warhol, ritrae il David capellone e femmineo alla maniera del suo disco precedente, ma il sound si dirige verso un'identità musicale più definita, inedita e personale.


"Hunky Dory" non assomiglia e nessun altro disco dell'epoca, pur avvalendosi della collaborazione al pianoforte dell'eccezionale Rick Wakeman, all'epoca membro degli Yes, l'album non assimila alcuna influenza progressiva.
Il disco, esce nel 1971, l'anno del capolavoro del glam rock "Electric Warrior" dei T.Rex di Marc Bolan, ma non è definibile come autenticamente glam, Bowie non si è ancora ricoperto di brillantini e le sonorità attingono solo in parte dalle radici del rock and roll. Comunque, i musicisti principali di Hunky Dory sono gli stessi che accompagneranno Bowie durante il periodo della mutazione aliena in Ziggy Stardust: il chitarrista Mick Ronson, che si occuperà insieme al leader della band degli arrangiamenti, è un talento innato, ed il suo destino sembra legato a doppio filo con quello di David anche se i due si separeranno artisticamente dopo "Alladin Sane"; Ronson verrà portato tragicamente via dal mondo del rock nel 1993 da un cancro al fegato, la stessa malattia che nel gennaio del 2016 avrebbe ucciso Bowie.


L'album si apre con "Changes", un brano che parla di mutamenti, e cosa contraddistingue di più la carriera del Duca Bianco se non gli innumerevoli cambiamenti di stile e di identità? Una dichiarazione di intenti quindi, intelaiata sapientemente su un brano la cui struttura complessa è alleggerita da un ritornello orecchiabile e gradevole.

"Oh! You Pretty Things", dominata dal pianoforte più che dagli altri strumenti e l'intimista "Eight Line Poems" fanno da preludio al capolavoro del disco "Life on Mars?", un brano il cui testo criptico ed accattivante è probabilmente un'elegante proclamazione di insofferenza verso la bassezza e la stupidità della razza umana. Segue la dolcissima "Kooks", dedicata al figlioletto Duncan Zowie. Con "Quicksand", altro brano immenso ed indimenticabile del disco, Bowie regala ai suoi ascoltatori un testo lineare rispetto ai suoi standard, e cala completamente la maschera come forse farà poche altre volte nel corso della sua carriera, raccontando incertezze e paure riguardo il futuro. "Fill your heart", unica cover dell'album, risolleva il morale ed anticipa due brani dedicati: "Andy Warhol" e "Song for Bob Dylan"; pare che la prima fosse detestata dal re della pop art, e che quando Bowie si presentò alla Factory non venne trattato con troppa simpatia. Anche la splendida "Queen Bitch", penultima canzone del disco, è un omaggio, meno palese, la canzone è infatti dedicata a Lou Reed (anche se pare Bowie abbia preso ispirazione anche dal personaggio di Bolan per il testo). Si tratta della canzone più tagliente dell'album e più vicina alle sonorità che David abbraccerà per le proprie future composizioni, stavolta sono le chitarre a fare da padrone e la grinta del pezzo ci restituisce la sensazione di un autore completamente sicuro di sè.


Conclude il disco la dimenticabile "Bewlay Brothers", un pezzo gradevole, ma che impallidisce al cospetto del resto delle composizioni di "Hunky Dory", un album imprendibile per chi vuole comprendere a pieno la carriera di Bowie, prima delle innumerevoli maschere, nonché un pezzo di storia della musica di rara purezza ed intensità.





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