Aborym
Hostile

2021, Dead Seed Production
Industrial Metal, Rock

Oltre a rivelare volti cangianti, "Hostile" mostra una band capace di declinare l'oscurità in maniera sottile, prospettica, sensoriale
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 16/02/21

La carriera degli Aborym può dividersi fondamentalmente in due tronconi, ciascuno dei quali ha visto il gruppo nostrano rigare dritto per la propria strada, infischiandosene delle tendenze commerciali e, soprattutto, di critiche spesso poco obiettive e non di rado gonfie di ottusa partigianeria. Prima gli esordi a suon di un electro black metal al contempo mistico e meccanico, poi un progressivo allargamento degli orizzonti che condusse il progetto lontano dalla matrice iniziale, traghettandolo verso lidi industrial malleabili, ricchi di sfumature e di cui il nuovo "Hostile" rappresenta, forse, il frutto più maturo e intrigante. Prodotto dalle sapienti mani di Keith Hillebrandt, l'album sembra volare sulle ali di una levità claustrofobica e sontuosa, intagliata con una libertà compositiva degna di pezzi da novanta come Tool Ulver; e se gli Skinny Puppy e i Nine Inche Nails di "The Fragile" restano un'importante bussola stilistica, la creatura di Fabban, unico membro superstite della line-up originale, procede ormai per via autonoma, attraverso un iter alchemico cosparso di ritmi, melodie e rumori assemblati con eleganza cinematica d'essai.
 
Un LP cronenberghiano, che, tra apocalissi nucleari, angosce esistenziali ed esegesi divine, insegna alla freddezza della tecnologia la poesia di una carne vellutata e putrescente, capace di lusingare e confondere l'ascoltatore con il sapore disturbante delle sue frattaglie. "Disruption" rovista nelle segrete del Marylin Manson di "Portrait Of An American Family", "Proper Use Of Myself" "Stigmatized (Robotripping)" e "Radiophobia" secernono rottami radioattivi, Ministry e Trent Reznor, "Horizon Ignited" cavalca il synthpop dei Depeche Mode e ondeggia in cunicoli techno, il trittico costituito da "The End Of A World", "Wake Up. Rehab" e "Lava Bed Sahara" rinuncia quasi completamente al manto industrial per correre sui binari di un grunge robusto e psichedelico, sulla scia di Alice in Chains e Screaming Trees.
 
Laddove, poi, l'assorta "Sleep" e una folle "Nearly Incomplete", che mescola audacemente gabber, jungle e Queens Of The Stone Age, segnano due piacevoli momenti a latere all'interno del platter, nel resto del lotto la band utilizza la vernice brillante degli Eighties per colorare brani rock nebbiosi, espansivi, irresistibilmente orecchiabili, fucinati nelle fabbriche del postmodernismo liquido e del clangore elettronico ("The Pursuit Of Happiness", "Harsh And Educational, "Solve Et Coagula", "Magical Smoke Screen"). Senza dimenticare il corredo di pianoforte, sassofono e voci femminili, materiale che aggiunge al disco una complessità cromatica vicina al progressive meno atrofico e allineato.
 
"Hostile" è un pugno nello stomaco sferrato servendosi di un guanto di seta, che, oltre a rivelare volti cangianti e diversi a ogni ascolto, mostra degli Aborym capaci di declinare l'oscurità in maniera sottile, prospettica, sensoriale. Con un pizzico di luce che non guasta.




01. Disruption
02, Proper Use Of Myself
03. Horizon Ignited
04. Stigmatized (Robotripping)
05. The End Of A World
06. Wake Up. Rehab
07. Lava Bed Sahara
08. Radiophobia
09. Sleep
10. Nearly Incomplete
11. The Pursuit Of Happiness
12. Harsh And Educational
13. Solve Et Coagula
14. Magical Smoke Screen

Recensione
Epica - Omega

Recensione
Alice Cooper - Detroit Stories

Speciale
L'angolo oscuro #19

Intervista
Epica: Mark Jansen

Intervista
Sirenia: Emmanuelle Zoldan

Intervista
Pale Waves: Heather Baron-Gracie