Rival Sons
Hollow Bones

2016, Earache Records
Rock Blues

A due anni dal grande successo di "Great Western Valkyrie" e nel pieno del loro tour con i Black Sabbath, i Rival Sons rilanciano con un lavoro maggiormente introspettivo.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 14/06/16

La mole di lavoro che i Rival Sons si sono caricati sulle spalle negli ultimi 24 mesi tra attività in studio e tour, sia per contro proprio che come supporto di nomi altisonanti, è davvero considerevole. La spinta scaturita da un album come “Great Western Valkyrie”, datato giugno 2014, ha portato il nome e il sound della band oltre l’Atlantico, dando il via ad una serie di impegni che ha visto i californiani esibirsi anche a Milano e fare da spalla a niente meno che i Black Sabbath nel celebre “The End” tour, facente tappa nella cornice veronese dell’Arena.

Nonostante tutto questo, Jay Buchanan e i suoi tornano alla carica in meno di due anni, con la release di “Hollow Bones”, quinto lavoro in studio, incaricato di dare seguito alle ottime intuizioni emerse dai suoi predecessori. “Hollow Bones pt. 1” riprende esattamente da dove si era lasciato, con un ritmo dettato da una batteria decisamente funk sulla quale si fa strada un riff hard blues irruvidito dall’uso (inedito per Scott Holiday) di una baritone guitar. I pezzi direttamente successivi riservano qualche sorpresa in più, nel bel mezzo di quello che il nostro ascolto sembra catalogare come il più classico stile dei Rival Sons irrompono, infatti, improvvise variazioni di tema e di tempo, con gli assoli di chitarra che sembrano sempre, paradossalmente, riportare tutto all’ordine. L’indecisa “Thundering Voices” è probabilmente l’emblema di questo atteggiamento e risulta essere uno dei brani più azzeccati dell’intero album, grazie anche alla natura catchy del suo ritornello. Attraverso la potente voce in stampo tipicamente soul di Jay si fanno strada la successiva “Baby Boy” e una “Pretty Face” che nel verso appare molto (forse troppo) simile a “Good Things”, del precedente album. Una svolta nel mood generale arriva dalla bella e malinconica “Fade Out”, dove una chitarra quasi jazzata accompagna il cantato in un crescendo di intensità verso una chiusura folle e psichedelica, che lascia infine l’ascoltatore appeso sull’ultimissimo accordo. “Hollow Bones pt.2” riprende il collegamento con il tema dell’opera per mezzo di un verso che sembra scaturire da un’improvvisazione guidata dalla sezione ritmica e un ritornello attraverso il quale il leader della band sembra lasciarsi andare fino a svuotare sé stesso, in totale sintonia con il significato che traspare dal titolo dell’album.

Con “Hollow Bones” i Rival Sons riducono di parecchio la varietà di riferimenti classicheggianti dei quali “Great Western Valkyrie” era ricco e propongono un lavoro più intimo e personale, nel bene e nel male. A momenti carichi di intensità e trasporto se ne alternano infatti altri di leggera stagnazione e ripetitività, cosa raramente verificatasi nelle precedenti release e forse frutto dell’estrema celerità nell’uscire con nove nuove tracce. La qualità musicale e della produzione resta però indiscutibile ed è ciò che fa dei ragazzi di Long Beach una delle più valide realtà hard rock del momento e rende questo album gustabile in maniera piacevole dall’inizio alla fine.




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