Hjaltalín
Enter 4

2013, Sena
Indie

Recensione di Marco Belafatti - Pubblicata in data: 05/09/13

Quel che è certo è che di musica colta, in Islanda, non ci si sazia mai. Altrimenti non riusciremmo a spiegarci la prepotente ascesa di un gruppo come quello degli Hjaltalín, già al primo posto delle classifiche con il singolo “Crack In A Stone”, un cerebrale, impalpabile chamber pop nelle cui trame al limite del soul s'intrecciano i suoni delicati di svariati strumenti a fiato e ad arco, per un risultato che definire “ostico” sarebbe quasi riduttivo – anche se, stavolta, la terra dei ghiacci non ci coglie impreparati in fatto di pop colto, con l'ultima, gratificante fatica discografica degli inglesi These New Puritans ancora ben salda nei nostri lettori musicali. Quel che è meno certo è che i Nostri riusciranno ad esportare la propria musica al di fuori dei patrii confini, seguendo le orme degli inarrivabili Sigur Rós, o – giusto per volare un po' più basso – della rivelazione Of Monsters And Men e di una realtà di-nicchia-ma-non-troppo come i múm. Sì, perché se “complicato è bello” è il motto di questa nuova stagione musicale, poi bisogna fare i conti con quel mostro spietato chiamato pubblico e i minutaggi di un full-length non sempre si rivelano favorevoli.

Tutte queste considerazioni di
hipster-iana memoria, ahinoi, diventano nient'altro che chiacchiere, una volta scoperto che i sette di Reykjavik hanno le idee ben chiare su come riempire i 47 minuti a loro disposizione – eccome se le hanno. E se tanto il nostro spirito critico ne risente, tanto il cuore dell'ascoltatore avido di musica di qualità assopito dentro di noi ne guadagna. Gli Hjaltalín, del resto, non sono gli ultimi arrivati e questo “Enter 4” (pubblicato in Islanda nel 2012 e nel resto del mondo in questi stessi giorni) è il loro terzo studio album, frutto di un travagliato percorso introspettivo intrapreso dal cantante-chitarrista Högni Egilsson (il “4” nel titolo dell'album rappresenterebbe una dimensione parallela raggiunta dal frontman, sballottato tra un istituto psichiatrico e l'altro per via di un disturbo bipolare pochi mesi prima delle registrazioni).


Lasciamoci quindi cullare dal basso di Guðmundur Óskar Guðmundsson sull'opener “Lucifer/He Felt Like A Woman”, mentre le catartiche voci di Egilsson e della controparte femminile Sigríður Thorlacius decorano le gentili progressioni della band con i loro intrecci vocali, o sogniamo di spiagge incontaminate al calar del sole, mentre il pop orchestrale di “Forever Someone Else” flirta con affascinanti percussioni bossa nova. Sembra quasi di sentirli, poi, i Sigur Rós di “Kveikur”, nascosti tra le soavi pieghe ambient del quasi-capolavoro “I Feel You”, ma è solo un'eco; lo spirito degli Hjaltalín riemerge prepotente nel caldo trip-hop di “Myself” e nel conforto uterino di “On The Peninsula”, per poi librarsi in volo, maestoso, sulle note di “We”: otto minuti di ambient, pop (post?) rock e melodie indescrivibilmente belle, sulle quali sospirare le emozioni di una vita.


Forse i grandi i numeri, almeno in Italia, rimarranno un miraggio per gli Hjaltalín. Ed è un vero peccato, perché l'Islanda ci insegna – per l'ennesima volta – come il pop possa contorcersi, contaminarsi, elevarsi... fino a diventare opera d'Arte. Ma poco importa: alla resa dei conti, sulla lista dei (pochi) dischi di questo 2013 da avere, da amare, da vivere, il loro nome svetterà vittorioso. Rigeneranti.





01. Lucifer/He Felt Like a Woman
02. Forever Someone Else
03. I Feel You
04. Crack In a Stone
05. On The Peninsula
06. Myself
07. Letter To [...]
08. We
09. Ethereal

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