Florence + The Machine
High As Hope

2018, Virgin / EMI
Soul Pop

La Sobrietà di Florence Welch non sazia la nostra fame di emozioni.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 02/07/18

Florence Welch l’abbiamo sempre conosciuta come una ragazza simpatica, roboante, energica e piena di vita, nonostante una delicatezza ed una fragilità di fondo palpabile in ogni sua apparizione mediatica. Una figura sinuosa che si muoveva leggera sopra la vita, esattamente come le straordinarie coreografie che da sempre animano le sue opere visuali.

Apprendiamo oggi (e di certo senza alcuna sorpresa) che tutta questa carica vitale era dovuta ad una forte dipendenza dall’alcol della Welch, problematica già tratteggiata su “Ship To Wreck” e di cui oggi la londinese si è liberata.
Allo stesso modo, la musica di Florence pare essersi depurata da ogni orpello barocco, e giunge oggi, sul quarto “High As Hope” mai così “minimale” (per quanto l’aggettivo sia applicabile alla bombastica Machine della Welch), in un pieno ritorno alle origini soul pop del progetto, però riletto senza l’enfasi liberatoria dell’etanolo.
E’ un disco composto nella testa di Florence mentre percorreva in bicicletta le vie di South London verso lo studio di registrazione (e non a caso c’è un brano in scaletta che si intitola “South London Forever”), rifinito a New York (dove lo skyline leggendario della city ha ispirato il titolo del lavoro) e co-prodotto dalla Welch stessa, e qui la sorpresa è autentica, perché mai come ora la musica di Florence + The Machine arriva alle nostre orecchie così piena e corposa, priva di quell’alone analogico che pur stava benissimo sullo scorso, totalmente Fleetwood Mac driven, “How Big, How Blue, How Beautiful”.

E sempre con meraviglia gustiamo la finezza e la classe di un arrangiamento mai così nervoso, progressivo, scritto con nelle orecchie e nel cuore le grandi sessioni blues e jazz delle orchestre degli anni ’40 (ascoltate gli archi come si interrompono e cambiano completamente faccia sull’affascinante “100 Years”) e, ciononostante, proposto con una sobrietà unica.
Non lasciatevi ingannare dal puro fanservice del secondo singolo “Hunger”, che risulta debole proprio perché vuole ricordarci con ostinazione una Welch di inizio carriera col cuore che batteva a furia di “Drumming Song” ed una tonante voce che ci ricordava che i “Dog Days Are Over”: la musica di Florence oggi è invece più rappresentata da quella “Sky Full Of Song” che fece alzare più di un sopracciglio mesi fa, nel suo essere brano trattenuto, dimesso, quasi timoroso nello spiccare quel volo che la Rossa era solita prendere senza mai rallentare in prossimità del dirupo e, peraltro, senza mai guardare di sotto.
Questa è la vera indole del quarto inciso in carriera della band, ed è una musica, ahinoi, più bella da “guardare” che da sentire, come avviene sul soul tribale e sotterraneo di “Big God”, la cui coreografia mesmerizzante del video sopperisce con abilità ad una debolezza di fondo della linea melodica.
 
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Debole, ecco come suona “High As Hope”. Fa di tutto per convincerci del contrario (la già citata super produzione e capacità di arrangiamento), ma alla fine dell’ascolto non possiamo far altro che constatare come “Patricia” sia un’amica assai meno divertente e travolgente di “Deliah”. Certo, Deliah magari era selvaggia, una scheggia impazzita con cui fare festa, mentre a volte si necessita dell’amica più quieta con cui fare del sentito soul searching.
Perché questo è il disco: uno scavo dell’anima composto con un abuso della prima persona nei testi, tra preghiere a cuore aperto (“The End Of Love”) e totale assenza di percussioni e di coro (“No Choir”, abbastanza self-explanatory, anche nel spiegarci alla perfezione cosa sia tutto il disco in realtà), che fallisce proprio laddove “How Big…” ci aveva convinto e travolto, ovvero nel mettere in campo dell’autentica energia che tenesse vivo e vitale tutto e tutti. Florence, la Machine e noi ascoltatori.
E non deve necessariamente essere un’energia rock, tutt’altro: ma all’ascolto di “High As Hope” pare proprio che Florence Welch, in modalità sobria e quasi puramente cantautorale, poco funzioni, proprio perché queste capacità intimiste paiono non appartenere a questa rossa figura dalla voce giunonica ed imponente, che sembra fatta apposta per poter scuotere l’olimpo con il genio e la sregolatezza di un’ispirazione imprevedibile.

Di positivo c’è sicuramente che l’immagine di “alternativa ad Adele per tutti coloro che ritengono di possedere un gusto musicale più prezioso di quella massa che ama sentire unicamente musica iper-prodotta e scritta a tavolino” rimane pienamente intatta; così come, se vogliamo, la consolazione che un disco come questo nella carriera di un artista ci dovrebbe sempre essere.
Perché ogni artista dovrebbe avere quel momento di distacco che rimette in discussione la familiarità con cui siamo arrivati ad amare e conoscere la figura.
Certo, magari che quest’opera di rottura sia anche convincente è un evento decisamente auspicabile, ma non c’è nulla di male anche così, quando, nell’ambito della retrospettiva del ventennale di carriera, ci si ricorderà di “High As Hope” come di un disco interlocutorio e prescindibile, animato da ottime intenzioni ma fallace nel veicolare efficacemente quelle emozioni pure che si augurava di comunicare attraverso la musica.

Ci passeremo sopra, insomma. 
Forse.





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