Black Ink River
Headstrong

2018, GMR Music
Hard Rock

Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 11/10/18

Ça va sans dire, è ovvio ormai. L'hard-rock anni '80 non è più una piacevole sorpresa, bensì una blasonata realtà. A dire il vero non era affatto sparito dalle scene, semplicemente ora è ritornato in auge. Ma come tutte le mode che subiscono l'effetto boomerang, anche questa, negli ultimi tempi, correva il rischio di diventare stantia. Così, prendendo a esempio le massime dei bei tempi andati, quando vuoi rinnovare un genere cosa fai? Peschi dal passato. E se gli anni '80 sono già loro stessi il passato, i debuttanti svedesi Black Ink River, con questo loro "Headstrong", sono andati ancor più a ritroso, tirando fuori un sound che sembra quasi voler strizzare l'occhio agli anni '70.


Chitarre affilate e distorte, voci acute e penetranti, batterie potenti e piene di riverbero... non c'è niente di tutto questo; o meglio, c'è ma in minor misura. Dano Wahlström, con un cantato roco che ricorda parecchio i grandi bluesman della vecchia scuola, spesso si accompagna a dei cori, soprattutto nei ritornelli, facendo un moderato uso della celebre "sfasatura" tipica dei 70's - con la seconda voce che non segue pedissequamente la prima - . Bosse Karlsson, il chitarrista, invece, si mostra parecchio versatile, suonando sia una sorprendente acustica sia un'elettrica con una distorsione che pare ricordare, per certi versi, il folk-rock di fine anni '60, soprattutto nelle parti soliste dove, in modo del tutto anacronistico, si limita ad assoli melodici e privi di virtuosismi stucchevoli. Lo scacchiere è completato dal basso di Anders Modd e dalla batteria di Roger Johannessen, entrambi abbastanza puliti e classici.


L'album è spiazzante sin dall'inizio, con un intro di chitarra acustica che fa da apripista a "The Witch and the Wolf", un brano frizzante e dal sapore un po' statunitense, scelto come singolo di lancio. Le successive "My Church", "In the End" e "The Vultures Among Us" mantengono la tradizione delle prime quattro tracce adrenaliniche presenti in gran parte degli LP hard-rock. Ciononostante, sono da segnalare le tessiture dei brani, tutti molto diversi tra loro, con strutture variegate le quali fanno pensare a un massiccio lavoro di programmazione e pre-produzione - immaginatevi i quattro musicisti chiusi in una stanza a stilare diagrammi di flusso per decidere le strutture dei brani - .


E sempre per rimanere nella tradizione, alla quinta traccia c'è la ballata, "We Worship The Darkenss". Un vezzo che si tramanda da decadi, ossia dai tempi in cui i dischi erano fatti sempre e solo di dieci brani, cinque a facciata e, pertanto, si prediligeva chiudere il Lato A con una ballata intimista. In questo caso, però, è da specificare come "We Worship the Darkness" sia una ballata atipica; è più un brano evocativo, per certi versi psichedelico, con un ottimo dialogo tra tutti gli strumenti, in particolare l'alternanza tra la acustica e le elettrica a metà. È, a ben vedere, uno dei due piccoli capolavori dell'intero album.


L'altro capolavoro viene subito dopo. È la title track: "Headstrong". Un brano che farebbe sognare tutti gli amanti di classic-rock. I Black Ink River, per l'occasione, rispolverano un pianoforte e persino il caro organo Hammond. Che dire su "Headstrong"? Se le logiche di mercato non avessero voluto "The Witch and the Wolf" come singolo traino del disco, non vi sarebbe stato alcun dubbio sulla scelta della title track. Un brano che sta una spanna sopra gli altri, in particolare per l'arrangiamento.


"Headstrong", peraltro, è l'unico brano che ha un sound più smaccatamente inglese, ricordando parecchio i cari vecchi Led Zeppelin; ironico come il brano successivo si chiami proprio "Heartbreaker", quasi a voler richiamare la band del dirigibile in piombo. Ancor più ironico come la "Heartbreaker" di questo album sancisca un ritorno alle sonorità statunitensi, anzi, forse ne è la più influenzata - sembra di star ascoltando una versione più elettrica degli Allman Brothers o dei Creedence - .


"City of Broken Glass" e "Useless" procedono sullo stesso filone con un forte sentore USA. "Useless", peraltro, è una delle tracce più dure e massicce dell'intero disco e la sua conclusione, ancora una volta, lascia spiazzato l'ascoltatore: uno stacco improvviso, un diradarsi lento che fa da apripista a "Breathe", il brano più lungo del disco. Con un andamento molto meno rapido e una chitarra che sembra quasi voler scimmiottare la Telecaster - e che la fa da padrona per gli ultimi tre minuti con un assolo melodico privo di arabeschi o di esagerazioni in cui ormai vediamo cadere centinaia di chitarristi - , "Breathe" si pone da perfetta chiusura del disco.


La Scandinavia, la patria di coloro che hanno innovato il mondo dell'heavy metal creando generi sempre più estremi, dando i natali a virtuosi come Malmsteen e a blackstar come Burzum... oggi si vede rappresentata da una band che ha tutto meno che i connotati di quel metal. Non v'è l'ombra di un virtuosismo fine a se stesso, né di batterie tambureggianti, né di bassi distorti, né di scream o growl. I Black Ink River si tolgono la Scandinavia di dosso e si vestono con camicie a quadri e cappelli da redneck; e lo fanno in modo encomiabile, senza eccessi e senza cadere nel manierismo. Un album sobrio, asciutto e fresco. Una ventata d'aria nuova che poi, di nuovo, ha ben poco. Ma va benissimo così.





01. The Witch and the Wolf

02. My Church

03. In the End

04. The Vultures Among Us

05. We Worship the Darkness

06. Headstrong

07. Heartbreaker

08. City of Broken Glass

09. Useless

10. Breathe 

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