Greenleaf
Echoes From A Mass

2021, Napalm Records
Stoner Rock

Recensione di Isadora Troiano - Pubblicata in data: 26/03/21

Se lo stoner è nato e ha prosperato nel sottobosco degli anni '90 tra i Joshua Tree del deserto californiano da band come i Kyuss, i Clutch, i Fu Manchu, bisogna constatare che ha sparso efficacemente i suoi semi e ha prolificato anche a migliaia di chilometri, nelle meno desertiche terre scandinave e, ringraziando gli dei, il trapianto è ancora vivo e vegeto nell'energia dei Greenleaf. Anche loro storici portatori della bandiera, attivi da più di vent'anni, tengono fede al genere in maniera schietta, duri e puri. Nel loro nuovo album, in uscita ancora una volta con Napalm Records, non c'è spazio per le alzate di sopracciglia di chi pensa che lo stoner non sia più un genere che ha qualcosa da dare al mondo della musica. Troverete invece il cuore pulsante di chi questo genere lo ha consolidato negli anni, partendo da altri gruppi storici del versante europeo come i Dozer e i Lowrider.

 

La compagine svedese, a quattro anni dall'ultimo album, sforna "Echoes From A Mass" per allietare il periodo di siccità di musica nuova e live show, dieci tracce senza fronzoli, con tutti gli ingredienti necessari per un buon disco stoner che, come una buona birra gelata in un giorno di calura, ristora anima e corpo. Le atmosfere desertiche e a tratti psichedeliche di "Echoes From A Mass" sono trainate dalla voce ipnotica di Arvid Hällagård e magistralmente sostenute da una sezione ritmica precisa e possente, mentre la chitarra di Tommi Holappa conquista l'ascoltatore un riff dopo l'altro. Un ottimo esempio di questo mix è il brano "Bury Me My Son", un mid tempo dalle sfumature blues basato su una linea di chitarra degna del migliore robot rock che trascina l'ascoltatore in uno stato simile a quello causato dalle foglie verdi da cui prende il nome la band scandinava. Molto più di kyussiana memoria la granitica "Needle In My Eye", un pezzo in cui il riff di chitarra smorzato incontra la voce ispirata del cantante nella strofa, per poi innalzarla alla gloria nel ritornello come un'onda impetuosa. Addentrandoci nel disco troviamo lo sludge sfacciato di "Hang On" e ancora l'ossessività quasi lisergica di "On Wings Of Gold".

 

Non ci sono momenti morti: "Echoes From A Mass" procede veloce e spedito sui binari sicuri tracciati da quattro musicisti di grande esperienza e bravura, che hanno la grande capacità di convincere forse anche il più scettico dei fan, che lo stoner ha ancora qualcosa da dire nelle sue svariate declinazioni e sfaccettature. In breve: lo stoner è morto, viva lo stoner.





01. Tides
02. Good God I Better Run Away
03. Needle in My Eye
04. Love Undone
05. Bury Me My Son
06. A Hand of Might
07. March on Higher Grounds
08. Hang On
09. On Wings of Gold
10. What Have We Become

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