Baroness
Gold & Grey

2019, Abraxan Hymns
Alternative Rock/Metal

La consapevolezza di avere una band ormai all'apice della sua maturazione, al di sopra di generi e catalogazioni, perfettamente in grado di lasciare un segno indelebile nel cuore tanto di metallari quanto di semplici rocker, senza il bisogno scendere a compromessi dettati dall'esterno, compensa qualsiasi grigiore
Recensione di Icilio Bellanima - Pubblicata in data: 14/06/19

Ai traumi, ai dolori, al ricordo di un terribile incidente che ha coinvolto la sua band, la sua ragione di vita, John Baizley ha sempre risposto tramite l'arte. La musica, in primis, con quel "Purple" del 2015, pura, drammatica sofferenza sonora, ma anche la pittura: i suoi artwork impreziosiscono album non solo dei suoi Baroness, ma anche di decine di altre band. Un classico, fondamentale esempio di quanto il male, con dei dovuti accorgimenti, possa tramutarsi in diamanti. "Gold & Grey", nuova fatica in arrivo il 14 giugno a distanza di 4 anni, è un po' il disco della rinascita, spirituale e non, del Baizley compositore, ma anche della band stessa (che ha accolto la chitarrista Gina Gleason dopo l'addio di Peter Adams), oltre che la chiusura di un ciclo lungo 12 anni e iniziato con Red Album (2007). Un ciclo estetico, per ora, ma chissà in termini di scrittura pura... lo sapremo solo alla prossima occasione, quando uscirà un nuovo album sganciato dal concept “colorato” del quartetto di Savannah.


E qualcosa che mi dice che sarà ancor più complesso da etichettare di questo lavoro, uno sforzo inutile e limitante. Perché è il sunto di un'evoluzione, di una ricerca sonora libera da paletti e preconcetti, che non sente più il bisogno di rinchiudersi in un solo genere, o di alzare il BPM per sentirsi parte di un circoletto. Un percorso sempre più personale, sempre più lontano dallo sludge degli esordi, in cui melodie ficcanti e irresistibili, e riffing nervoso e contorto, convivono da separati in casa ma in armonia, senza farsi la guerra. Chitarre soffici e liquide, quando non puramente acustiche (che fanno spesso capolino), il basso di Nick Jost che prende sempre più spesso il sopravvento, le linee vocali strillate dalla voce ruvida e sofferta di Baizley: un'alternanza di novità e di elementi familiari per i fan, che portano a un risultato finale fresco e stracolmo di sperimentazioni e soluzioni inedite per la band, che ha inglobato sempre più influenze progressive e alt-rock, per citarne di più evidenti. In “I'm Already Gone” sembrano i Dredg di El Cielo, nelle ultime battute di “Tourniquet” i Palms di Chino Moreno, un attimo prima di anticipare il ritornello della possente (e Baroness fino al midollo) “Throw Me An Anchor” in “Anchor's Lament”, tra cori e violini. “Seasons” è invece un vero e proprio campionario della band, che in 4:27 mette in piedi un vademecum della sua carriera, tra sezione ritmica impazzita (con tanto di qualche spruzzata di blast beat), il riffing che torna più sludge che mai e la voce di John che dilata lo spazio-tempo.


Le melodie sono più catchy e forse più accessibili rispetto a quelle di "Purple", ma "Gold & Grey" è sicuramente più profondo e stratificato, e necessita di ben più di un ascolto per essere compreso, sviscerato, apprezzato, complice un minutaggio extra sfruttato per dipingere le emozioni tumultuose del suo geniale mastermind non solo attraverso classiche canzoni, ma anche tante piccole intro cariche di atmosfera, mai meri filler ma veri e propri antipasti di temi, sonori e lirici, espansi nel brano di riferimento. Fino a tramutarsi in ossessione.


Qualche zona grigia non manca, con qualche brano meno incisivo (su tutti “I'd Do Anything”, che sembra una ballatona scritta dagli ultimi Green Day, ma sotto Fentanyl), inevitabili inciampi in 60 minuti di musica spalmata lungo 17 brani, che però mantiene intatta l'anima di oro massiccio, per citare il titolo dell'album stesso. E la mantiene nonostante una produzione cruda e sanguigna, come ormai da tradizione della band, che però in più frangenti di questo album appare sin troppo sbilanciata e schizofrenica, lievemente migliorata rispetto ai singoli, dopo le lamentele dei fan, ma che non mi ha convinto pienamente. Ma la qualità della scrittura, la consapevolezza di avere una band ormai all'apice della sua maturazione, al di sopra di generi e catalogazioni, perfettamente in grado di lasciare un segno indelebile nel cuore tanto di metallari quanto di semplici rocker, senza il bisogno di sputtanarsi o di scendere a compromessi dettati dall'esterno (tutt'altro), compensano qualsiasi grigiore, permettendo all'oro di brillare anche sotto il “Pallido Sole” che chiude le danze. Infallibili.





01. Front Toward Enemy
02. I'm Already Gone
03. Seasons
04. Sevens
05. Tourniquet
06. Anchor's Lament
07. Throw Me an Anchor
08. I'd Do Anything
09. Blankets of Ash
10. Emmett-Radiating Light
11. Cold Blooded Angels
12. Crooked Mile 
13. Broken Halo
14. Can Oscura
15. Borderlines
16. Assault on East Falls
17. Pale Sun

Recensione
Korn - The Nothing

Intervista
Rise Twain: Jeremy David Beck, Brett William Kull

LiveReport
Alice Cooper - Ol'Black Eyes Is Back Tour 2019 - Torino 10/09/19

LiveReport
Duff McKagan - Tour 2019 - Milano 08/09/19

Recensione
Iggy Pop - Free

Intervista
Sonata Arctica: Tony Kakko