Godspeed You! Black Emperor
Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven

2000, Kranky
Post Rock

Il 2000, il Y2K, l'apocalisse. Una serie di suggestioni raccontateci al meglio da uno degli album più cinematografici della storia del post rock.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 06/07/18

Anno 2000.


Chi ha avuto la possibilità di vivere e festeggiare il passaggio al nuovo millennio sa bene che le suggestioni attorno al cosiddetto Y2K si sono a dir poco sprecate, prefigurando in maniera più o meno seria scenari catastrofici o in alcuni casi addirittura apocalittici. In questo contesto di profezie e speculazioni, la band canadese Godspeed You! Black Emperor ha voluto dire la sua, consegnando alla storia quello che potremmo identificare come il "testo sacro" del post rock, un album monumentale che porta il singolare nome di "Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven".


Biblici sono infatti i connotati che i GY!BE assumono in questo disco, in tutti i suoi aspetti. La suggestiva scelta di titolo e copertina apre, infatti, le porte a quella che è un'opera totale, non solo per le dimensioni, non solo per la barocca organizzazione in due atti di due sezioni ciascuna, ma per l'incredibile capacità evocativa del suo contenuto.


Nonostante però la struttura scelta e la solennità della formazione della band (11 musicisti all'epoca), questo è un disco che è ancora fortemente rock-oriented. Un disco in cui, tra le decine di elementi strumentali, le chitarre hanno ancora decisamente la meglio, in concorrenza con le strepitose batterie nel comandare a bacchetta i paesaggi sonori e i frequenti cambiamenti di mood. Per questo, dal punto di vista delle influenze, ci riesce molto facile paragonare i GY!BE ad una versione orchestrale di quanto fatto dai Mogwai in quegli anni.


"Lift" è ben più che musica. "Lift" è uno degli album più cinematografici che siano mai stati scritti. Un'esperienza strumentale e multisensoriale in grado di evocare colori, costruire figure attorno all'ascoltatore, circondarlo di elementi visibili e tangibili. In grado di proiettare all'interno di un'ambientazione dinamica e polivalente, che a partire da una singola storia può mostrare a diversi ascolti sfumature nuove, che non erano state percepite in precedenza, rendendosi adattabile a diversi momenti e stati mentali.


Attraverso le quattro suite di cui è composto, "Lift Your Skinny Fists Like Antennas To Heaven" si inserisce nella già misticheggiante discografia della band canadese scrivendone il più drammatico dei capitoli: l'apocalisse.

 
Storm.

 

Pochi, leggeri tocchi di chitarra. Una quiete surreale e apparente quella che apre il disco. Un solo strumento, una sottile e spensierata linea che viene presto affiancata dalla tensione crescente dei violini. Il cielo sopra di noi va oscurandosi e sentiamo il battito del cuore accelerarci dentro al petto, assieme ai tonfi della grancassa. Presto si avverte uno squarcio nel cielo, un rumore bianco. Piovono lame sulle nostre teste, mentre un crescendo di rullanti ci accompagna in una marcia di distruzione.
Poi il silenzio. La calma intontita si trasforma nella realizzazione del dramma. Le chitarre prendono ora la scena e si alternano in grida disumane, culminando in un momento prolungato di tensione incredibile, nel quale i colpi della batteria ci percuotono ancora. Destatici, basso e ritmiche tribali ci guidano ora verso una fuga disperata, una fuga cieca che assume i caratteri floydiani di "On The Run". Una voce registrata riproduce uno spot pubblicitario. È l'ultimo segno di una civiltà distrutta, un'illusione che si trasforma poi in un gracchiante e disperato lamento in lontananza, inintelligibile sulle dominanti e drammatiche note di pianoforte.

 
Static.

 

Silenzio. Immersi in uno scenario post catastrofico siamo seduti, incapaci di reagire. Tutto attorno a noi è lento e confuso, sovrastato da fastidiosi fischi e ronzii. Qui l'orientamento drone della band è in uno dei suoi massimi. Un countdown anticipa uno dei momenti più inquietanti dell'opera. Un sermone; una voce parla di incontri e percorsi mistici, una voce volutamente rallentata in modo spettrale, quasi fastidioso, che assieme agli archi contribuisce a far rizzare i peli sulle braccia. Dov'è Dio in tutto questo? Tutto tace attorno, ancora tranquillità apparente, ancora tensione, rumore nelle nostre orecchie. Ancora sollievo nel sentirlo zittirsi. Siamo ancora qui. Soli in mezzo al nulla, soli in'uninfinità di suoni randomici, soli nella città deserta.

liftyourskinnyfists57


Sleep.

 

Nuovo atto, nuova realizzazione. L'apocalisse passa lentamente da fuori a dentro di noi. Un vecchio racconta dei tempi d'oro di Coney Island, di quando questo luogo era il "Playground Of The World", dove la gente amava perdersi e trascorrere la notte. Tempi lontani. La memoria, la nostalgia di un mondo che non esiste più ci consuma. Un'inguaribile malinconia sale, prima sottoforma di dolce ricordo, poi sempre più tesa. Il rimpianto ci fa mancare l'ossigeno, ci porta in un saliscendi di disperazione, fino a schiacciarci. Nel petto il cuore riprende ad accelerare con i rullanti in marcia. Le chitarre tornano a gridare disperate, al punto di perforare il cranio. Ora, raggiunto il punto più basso, capiamo. La memoria si fonde con il sogno, c'è ancora qualcosa per cui lottare. Riguadagnamo tranquillità apparente. Le campane e i violini fanno eco alla nostra resurrezione. Una lotta che non sarà facile, una nuova tensione si sviluppa in sottofondo.


Antennas To Heaven.

 

Ogni rinascita che si rispetti deve però affrontare delle intemperie, un folk distorto apre la sezione, ci ammonisce con oscuri presagi. Poi rumori, parentesi noise da una guerra che non abbiamo ancora vinto. Nel caos delle voci bianche cantano in francese, prima che la musica torni finalmente e timidamente a dominare la scena. La tranquillità degli archi ci culla per un po' fino ad una nuova, inaspettata accelerazione. Ancora pausa, ora si sente solo il vento. Rumori spettrali in sottofondo. Le chitarre si riprendono adagio il loro posto, stavolta a creare un mood vagamente positivo. Luce; inizia la nostra ascesa, mentre avvertiamo l'inquieto rumore di sottofondo pian piano dissolversi. La batteria segna un nuovo percorso da seguire, i suoni si fanno celesti mentre il nostro sguardo punta fieramente verso l'alto e i nostri pugni scarni si alzano liberi verso il paradiso. Dove siamo? Siamo forse morti?


Il "risveglio" dall'esperienza di questo album è qualcosa di difficilmente descrivibile. Un momento di incredibile sollievo misto ad incredulità. Ecco perché ci troviamo di fronte ad uno dei maggiori capolavori di questo genere. Ascoltare "Lift" con la dovuta attenzione è un'esperienza sempre segnante e sempre nuova. Questo è il vero plus di un lavoro che forse, dal punto di vista prettamente musicale, è leggermente inferiore al precedente "F# A# ∞", ma si spinge oltre in una moltitudine di altre direzioni, andando a segnare quello che è il punto più alto dei Godspeed You! Black Emperor e uno dei più alti nella storia del post rock.





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