Iggy Pop
Free

2019, Caroline International
Alternative Rock

Iggy Pop non è uno che si siede su una sedia chiamata "The Passenger" e vi rimane a vita, e questo "Free" ne è l'esempio perfetto.
Recensione di Manuel Di Maggio - Pubblicata in data: 09/09/19

Avete presente quando si dice che i grandi artisti, dopo un po', finiscono tutti a fare i mestieranti? Ecco, toglietevelo dalla testa. Iggy Pop non è uno che si siede su una sedia chiamata "The Passenger" e vi rimane a vita, e questo "Free" ne è l'esempio perfetto: un album fuori dagli schemi, spiazzante, diverso.


"Post Pop Depression", la sua precedente fatica, lo aveva visto sospeso tra antichi stilemi e tentativi di addentrarsi in nuovi scenari, risultando privo di mordente. Il vecchio Jimmy Ostenberg aveva parlato di insicurezze e indecisioni varie, lasciando trasparire la voglia di reinventarsi ancora una volta a settantadue anni suonati. E, con la sua voce dura, cupa e baritonale, tra sintetizzatori in salsa ambient, richiami al mondo jazz, melodie accattivanti ma mai banali, e persino dei talking, possiamo dire che l'autoproclamatosi Sopravvissuto ci è riuscito.


L'eponimo "Free" è un brano quieto e immanente che fa da apripista alle successive "Love Missing" e "Sonalil", parecchio diverse l'una dall'altra; laddove "Love Missing" ricorda la new wave urban, di cui Iggy è e rimarrà il simbolo, "Sonalil", con il suo assolo di tromba e un'atmosfera più sognante, si distingue per essere il preludio perfetto a quello che si udirà nella seconda parte del disco, in particolare dopo la citazionista "James Bond", piena di rimandi agli anni Settanta e ai film dell'agente segreto grazie a una divertente linea di basso ripetuta, e, soprattutto, dopo "Dirty Sanchez": un brano che deve molto a "Remain in Light" dei Talking Heads. Dopo le derive free-jazz di "Glow in the Dark", con la superba coda finale condita da un audace assolo di tromba con sordina, "Page" riprende il filone etereo inaugurato da "Sonalil". La chiusura è affidata a tre pezzi più minimali. Con "We Are the People", dove l'Iguana rispolvera il già citato talking, accompagnato da degli stupendi fraseggi di tromba e da pochi accordi suonati al pianoforte. La declamazione continua con la dissonante "Do Not Go Gentle into the Good", dove il pianoforte si trasforma in un synth ambient e fa anche ritorno la tromba con sordina, la quale duetta con la principale. La conclusiva, "The Dawn", più cupa e dal testo molto più ruvido, e sempre recitato, si pone come degna conclusione di un album che, come annunciato nel titolo, risulta davvero "libero".


Un album che si distacca da tutto ciò che si sente oggi, imponendosi come libero dall'impetuoso music business, dedito sempre più alla pubblicazione di materiale sempre più uguale a se stesso. Un disco che suona fresco, variegato e variopinto nonostante non si proponga di inventare nulla di nuovo. Iggy, ancora una volta, ci ha fatto capire perché è lui a essere il sopravvissuto.





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