Fleshgod Apocalypse
King

2016, Nuclear Blast
Death Metal

Recensione di Roberto Di Girolamo - Pubblicata in data: 13/02/16

Ormai sistematicamente annoverati tra le formazioni più conosciute ed apprezzate all'estero, i nostrani Fleshgod Apocalypse si sono ritagliati in pochi anni un posto al sole nella scena death metal.


Ancora una volta l'ensemble decide di cimentarsi con la formula del concept album, questa volta incentrando il perno dei testi sulla figura di un re e sulla sua condotta in un regno difficile, che metaforicamente è la proiezione delle straordinarie capacità che ognuno può tirare fuori in circostanze ambientali buie e sfavorevoli, costruendo così la propria "regalità".

 

Musicalmente, "King" prosegue il discorso intrapreso con il precedente "Labyrinth", proponendo un death metal sinfonico molto tecnico dagli arrangiamenti densi e stratificati. A parere di chi scrive quest'ultimo album era afflitto da una certa confusione compositiva in relazione ai movimenti orchestrali. Questo difetto è stato qui praticamente del tutto eliminato, e le note sul pentagramma sembrano posizionate in maniera molto più funzionale rispetto al passato. Dopo l'interlocutoria introduzione "Marche Royale", "In Aeternum" subito prepara il setting dell'intero disco: tonnellate di archi, ottoni, cori e percussioni riempiono di pathos una sezione ritmica capace di mettere in moto i sismografi, almeno prima del chorus melodico dotato di notevole carica emozionale.

 

"Healing Through War" presenta al contrario un'estetica più controllata e focalizzata, grazie ai ritmi veloci infilati con violenza in una base mid-tempo e suoni minacciosi che aleggiano supponenti lungo tutto il brano.

 

Piacevolmente bizzarre le partiture di "The Fool" che confondono volutamente il tema centrale della canzone con layer di archi e cambiamenti repentini di struttura ritmica. Esattamente come farebbe un giullare di corte, la band cambia continuamente il mood evitando la noia degli astanti.

 

"Cold As Perfection" alza ulteriormente l'asta qualitativa di tutto il platter: i tempi più cadenzati creano nelle sezioni più aperte un'epicità eterea ma tangibile, con cori ed archi magniloquenti che si muovono come pennellate sulle progressioni armoniche.

 

Gradevole, dopo una discreta "Mitra", l'intermezzo piano\voce femminile "Paramour (Die Leidenschaft Bringt Leiden)" che aiuta l'immedesimazione nell'immaginario della band. Al contrario, "And The Vulture Beholds" è un brano tirato in cui melodie alla Wintersun sono condite da marcati corali al vetriolo. Pesante come un macigno "Gravity", che ricorre spesso alle percussioni per dare maggiore enfasi ad alcuni passaggi, così come avviene nella parte iniziale di "A Million Deaths", dove timpani prepotenti vanno ad innestarsi su un tappeto continuo di doppia cassa, vero scheletro di un pezzo diviso tra blast beat improvvisi e aperture dal sapore barocco.

 

Sinistro incipit quello di "Syphilis", in assoluto contraltare con la voce lirica che aumenta l'estro della traccia, guidando piacevolmente l'ascolto verso la conclusiva "King", ottima outro pianistica a chiusura di un lavoro da ricordare.

 

Poche parole è necessario spendere sulla potenza della produzione italo-svedese del disco: ogni cosa suona come dovrebbe in un album ad alto budget di questo tipo, con i fader orchestrali posizionati maniacalmente in modo da rendere al meglio nell'insieme.

 

Concludendo, siamo certi che "King" aumenterà ancora le quotazioni del gruppo, non prima di essersi posizionato tra le migliori uscite estreme di questo 2016.





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