First Aid Kit
Ruins

2018, Columbia Records
Country Pop

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 19/01/18

Diciamolo pure senza troppo imbarazzo: fino ad un lustro fa eravamo un po’ tutti innamorati di una cosiddetta scena indie neo-folk che, ad oggi, ci dà quasi fastidio ricordare. E’ un malessere altamente diffuso, e lo si misura nell’indifferenza generale di critica e pubblico (rispetto alle abnormi aspettative) dell’ultimo inciso in studio dei capostipiti Fleet Foxes dell’anno scorso, o nel lungo silenzio emblematico che circonda ogni nuovo vagito dei Mumford & Sons, coloro che più di tutti hanno saputo cogliere i frutti di questo incredibile interesse tra la musica della tradizione ed il cantautorato più modaiolo e pretestuoso, ma allo stesso tempo molto accessibile.
 
Certo, tutti i satelliti che circondavano i giganti non è che hanno poi aiutato molto a tenere alto il nostro interesse, tra gli Of Monsters & Men che, dopo un folgorante esordio, si sono come ripiegati su un bolo di purissima mediocrità, o le First Aid Kit che, forse troppo ingolosite dal nuovo contratto con la Columbia Records, quattro anni fa ci hanno proposto una versione eccessivamente diluita di pop del loro sfizioso country settantiano.
 
Cominciamo dunque, in questo “nuovo” 2018, proprio da loro, le sorelle Johanna e Klara dalla Svezia che, per il loro quarto inciso in studio, ripartono dalle macerie di quella che sembrava essere una carriera destinata all’oblio. Non è un caso che il disco si intitoli “Ruins”, e non è un caso se la sensazione che resta, al termine dell’ascolto, sia quella di essere stati testimoni di una sincera e ben riuscita opera di restauro della propria musica. Un lavoro che parte dai presupposti fondanti delle First Aid Kit: le voci delle sorelle in perenne armonia (tenete conto che dovete arrivare a “Fireworks” per sentire le due voci distinte per la prima volta), quell’amore per il country rock a cavallo tra gli anni ’60 ed i ’70 che prende tutto, anche il loto modo di porsi ed i font delle copertine dei dischi, e quel gusto per la melodia tipicamente svedese proposto di nuovo senza artifizio o forzatura alcuna.
 
Certo, non dovete aspettarvi grandissimi effetti speciali o sorprese clamorose, ma allo stesso modo non dovete affatto sottovalutare “Ruins”, disco costruito tutto sul mid tempo e sulla ballata disillusa ma non depressiva, con brani finemente arrangiati e dagli sviluppi spesso travolgenti. Ne sono un esempio l’incipit di “Rebel Heart”, con quel pianoforte che si scioglie naturalmente nella conclusione quasi rock, o quella “Hem Of Her Dress” che è praticamente una ballad acustica chitarra-voce, salvo alla fine trovare trionfali innesti di coro e trombe quasi a ricordare i Sigur Ròs travolti da un raro – e per questo assai enfatizzato – spasmo luminoso di gioia. C’è persino spazio per timidi inserti di pura tastiera ed elettronica tra le pieghe ed i risvolti della melodia (“Distant Star”, la titletrack), anche se sì, per il resto si viaggia su coordinate già ampiamente note ed in un certo senso prevedibili, tra una “It’s A Shame” che pare la musica che accompagna “Emmylou” nelle sue serate più amareggiate, al jingle-jangle di “Postcard”. Ma con ritornelli così ben scritti e coinvolgenti come su “My Wild Sweet Love”, non ci sentiamo di condannare affatto le sorelle SÖderberg.
 
Ecco, magari se di disappunto dobbiamo parlare, un poco siamo rimasti delusi dall’accantonamento del lato prettamente folk della musica delle First Aid Kit, ma c’è da dire che la sostituzione col classic rock non è stato uno scambio poi così in perdita.

“Ruins”, quindi, col suo essere così smaccatamente derivativo non è quel disco che sarà in grado di infiammare nuovamente gli entusiasmi nei confronti di quella scena e quella musica di cui si scriveva ad inizio articolo, ma vi assicuriamo che saprà tenere lontano il disagio e la noia; anzi: in molti punti vi saprà convincere con rara determinazione. E se siete fan di Johanna e Klara, tranquilli che non potevate aspettarvi un ritorno migliore, considerando il contesto.





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