Primordial
Exile Amongst The Ruins

2018, Metal Blade Records
Heavy/Doom/Black Metal

"Va detto subito, Exile Amongst The Ruins vince una battaglia tutta interna col suo predecessore"
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 14/05/18

Un altro pallido sole irlandese filtra i teoremi del vento sui picchi di Moher. Per chi muove da quei pressi verso nord, il Connemara è a un passo. Più su ancora, i confini della Repubblica mordono le regioni dell'Ulster. A scendere dal lato opposto, si tocca infine Dublino, forgia della storia d'Irlanda nel secolo scorso. Nella circolarità di ogni passo, il verde immancabile, l'erba che il sangue per secoli non ha mai piegato alla veemenza del rosso, più forte infine della porpora dei re. Nulla di nuovo per chi ha tributato anche solo qualche spicchio della propria esistenza alle contrade irlandesi, eppure tutto, di nuovo, per chi a quei passi ritorna con immutato interesse e vivo desiderio.


A quattro anni dal discusso "Where Greater Men Have Fallen", i Primordial si ripresentano come quel pallido sole: identici, monolitici, drammaticamente riconoscibili -ma non per questo meno attesi!-, e sicuramente più ispirati. Va detto subito, "Exile Amongst The Ruins" vince una battaglia tutta interna col suo predecessore, che fu un buon album con almeno un paio di brani da ricordare come "Babel's Tower" o "Ghosts of the Charnel House" ma a tratti meno compatto e trascinante rispetto agli illustri precedenti.

L'ultima fatica da studio della band di Dublino ha il pregio di non limitarsi a movimentare strutture e dinamiche compositive ben consolidate, inevitabile dopo oltre vent'anni di carriera, mancando di efficacia sul piano espressivo. "Exile Amongst the Ruins" si riappropria di quegli stessi strumenti e ne ribadisce le proprie finalità poetiche: una voce personale, potentemente drammatica come quella di Alan Averill, in grado di dare corpo e anima alle parole, avviluppata da un riffing marziale e corposo, sostenuta da un comparto di basso e batteria capace di lavorare il marmo grezzo dei testi.


L'apertura del disco è travolgente, carica di notevoli presagi su una sua possibile proposizione in sede live. L'imatto drammatico è assicurato.


"O' death, where is they sting?
O' grief, where is the victory?
O' life, you are a shining path
O' Lucifer did you know did you see?"


"Nail Their Tongues" riassume il canone-Primordial, summa di una gran voce unita a potenza espressiva strumentale granitica, insomma un classico: opener degna, ammicca con pieno diritto ai tempi dorati di una decade fa e non avrebbe sfigurato in "Redemption at the Puritan's Hand": l'interrogazione a Lutero, trascolora nell'approccio più lento e solenne di "Where Lie The Gods", che consacra ancora una volta il silenzio degli Dei, dei quali l'Occidente è tomba sempre più nascosta. Nel mezzo "To Hell or the Hangman", canzone non immediata e interessante: si tratta di un crescendo inesploso di sette minuti, un brano "per-sola-voce-narrante", a voler intendere la sezione strumentale al servizio della voce e quest'ultima incentrata sull'aspetto narrativo del testo che prevale e lascia questa volta da parte l'elemento viscerale della catarsi. Il disco procede lungo queste due direttrici, forte della tradizione dei grandi nomi, Bathory e Black Sabbath in primis, e con la consueta carismatica personalità. La titletrack, per la quale è stato girato un video significativo, si riaffaccia sul baratro della Storia e tiene alto il vessillo dell'intero album, con intensità tematica sancita nel bonus disc, dalle cover di due canzoni popolari irlandesi legate alla guerra di liberazione dall'oppressione inglese ed alla guerra civile, "Foggy Dew" e "Dark Horse on the Wind". Ancora una volta ci si muove su rotte ben tracciate ma con legni robusti, avvezzi a quei particolari carichi di emozioni e immagini che è spontaneo attendersi con i Primordial.


Di rotte meno fortunate parla invece "Sunken Lungs", che ascrive alla metafora del naufragio e della morte per acqua, le memoria collettiva di un popolo che ha da sempre, per sua stessa origine, storia e mito, instaurato un dialogo di vita e morte con i mari.


"Whisper on white tongues of foam
to me of days I've lost to the night
and the heart of darkness that draws us so tight"


Più aperto, semplice e sostenuto degli altri, "Sunken Lungs" è un sussulto di heavy, un racconto d'altri tempi dal profilo piano e immediato, senza gli affondi drammatici che connotano "Exile Amongst the Ruins". Dissolve in bruma salina la malinconia breve di "Stolen Years" e prelude all'arpeggio introduttivo di "Last Call", dieci minuti di chitarre lunghe, a ribadire ancora una volta la fascinazione del doom, complice un missaggio che restituisce almeno all'inizio suoni un po' troppo ribassati e impastati ma non per questo incapace di suggerire all'orecchio più avido e attento, la bellezza di ogni singolo contributo. L'esito, ancora oggi, nel 2018 è un sound pieno, vivo, in grado di definirsi rispetto a se stesso ma senza cadere nel vizio diffuso dell'arida autoreferenzialità. Insomma c'è ancora marmo grezzo, autentico, sul quale scalpellare in accordo con la mano del tempo, ultimo grande interlocutore.


"How many lies would
We have to live
Before we escape the hands
The hands of time
That stole our best years
Where the decades might
Breathe a little less
A little less of the night"


Uno dei pregi dell'Arte è stato quello di separare la decadenza di un'epoca, fascino e orrore, da un profondo e antico sentimento del tempo, abbracciandoli fino a porli in una totale tensione dialettica. Di questo pathos si nutre ancora la musica dei Primordial, anima tragica dall'inconfondibile voce, severamente ancorata alla potenza testuale dove il vigore della parola scritta, interpretata e infine cantata si trasmette alle lunghe strutture strumentali, scavate nel marmo dell'oblio, l'unico capace di restituirci il passato anche lì dove il tempo ha cancellato i volti e il passaggio di mani creatrici e distruttive insieme, folate di generazioni inghiottite dal cammino delle civiltà.





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