The Hirsch Effekt
Eskapist

2017, Long Branch Records/SPV
Prog Metal/Djent/Post Rock

Nichilismo, sperimentazione, nostalgia: l'universo caleidoscopico di "Eskapist" condensato in dodici prismatici frammenti.
Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 15/08/17

La Germania si conferma territorio fecondo di sperimentazione in ambito musicale: senza scomodare illustri esempi del passato, i The Hirsch Effekt amano sondare territori accidentati, di assimilazione non sempre immediata. La trilogia "Holon: Hiberno" (2010), "Holon: Anamnesis" (2012), "Holon: Agnosie" (2015) incarna alla perfezione il concetto di laboratorio di ricerca stilistica: su una base indiscutibilmente progressive metal, il terzetto di Hannover innesta una lunga serie di elementi difformi che, combinati tra loro, generano un collage sonoro pressoché originale e degno di attenzione.

A dispetto dei primi album, "Eskapist" probabilmente rappresenta un ulteriore passo in direzione mainstream, con l'obiettivo di attirare una larga fetta di ascoltatori: un tentativo riuscito, ma che frena la propensione avant-garde della band teutonica. Se da un lato giunge a compimento il percorso capace di avvicinare la freddezza della matematica e della geometria dei tempi dispari a un'emotività in grado di conferire tepore a una materia altrimenti anodina e rumorista, dall'altro quello stesso punto di arrivo si mostra il vero limite dell'opus: alcuni brani infatti palesano un accostamento a un alternative metal sicuramente invidiabile per perizia tecnica e compositiva che tuttavia non si discosta poi molto in alcuni frangenti dalle proposte odierne, il più delle volte banalmente ripetitive.

Certo le note positive abbondano: sopravvive l'intricato e complesso rapporto tra cantato in lingua madre e costruzione strumentale, le liriche raccontano con profondità e acume il disagio dell'uomo contemporaneo di fronte alla prospettiva di un futuro nebuloso e poco rassicurante, il vecchio postmodernismo industriale bussa alla porta del clangore crimsoniano partorendo interessanti frutti incestuosi, la spiazzante e simbolica cover, radiografia da shock post nucleare, condensa pulsioni dadaiste e tassellature del piano e dello spazio di suggestione escheriana insite nell'architettura sotterranea dell'opera. Peccato davvero che la volontà divulgativa e un comprensibile allettamento commerciale conducano la band a cristallizzare i propri istinti, rinunciando, almeno per il momento, a tramutarsi in un coraggioso progetto di pura esplorazione formale.

"Lifnej" è il manifesto del gruppo: il ghignante spettro luciferino di Robert Fripp aleggia da maestro sgambettando leggero nel turbine algebrico, tra toccanti aperture psichedeliche, profusione di atomi math rock e sludge, accelerazioni ed essenzialità hardcore. Il medesimo spirito combinatorio anima "Xenophotopia": l'incarico di iniettare loquacità nel mondo implosivo degli Slint e dinamismo nell'indolente intensità dei Codeine attraverso poliritmie di sapore djent e tambureggiante tribalismo finale rende il brano un vortice che disorienta e ammalia, fluido movimento di strappi e ricuciture. Il breve instrumental "Nocturne", campionatura dissonante di un lugubre quartetto d'archi, precede la variegata "Aldebaran", caratterizzata da un impianto globale che guarda ai Meshuggah meno tradizionali, con un rapido inserto punk che comprova l'infinita quantità di generi a cui attingono i giovani tedeschi. L'apocalittica odissea di un alcolista contraddistingue "Lysios", sedici minuti di un viaggio visionario, impreziosito da un inserto jazz in free form nel quale una voce recitante da teatro brechtiano sostituisce l'abituale intrecciarsi di growl e scream di Wittrock e Lappin.

Il resto del lotto, pur alternando i sorprendenti schemi testè evidenziati, preferisce adagiarsi su una vena melodica che contempla passaggi sognanti debitori del post rock anni Novanta: "Natans", "Coda" e soprattutto "Acharej" rilevano il desiderio di lasciare a bagnomaria i singolari ed eterogenei ghirigori a favore di un inabissamento in un oceano rilassante, quantomeno dal punto di vista prettamente sonoro, annacquando forse un disco che dell'innovazione tout-court poteva essere un exemplum inusuale e qualitativamente superiore alla media corrente.

Al confine dell'abbattimento dei concetti e del sovvertimento dei canoni i "The Hirsch Effekt" prediligono in parte concentrarsi sulla formula del consolidamento, oscillando tra ambizione, creatività e sterzate discutibili, in attesa di un augurabile balzo nel ventre dell'autentica avanguardia.





01. Lifnej
02. Xenophotopia
03. Natans
04. Coda
05. Berceuse
06. Tardigrada
07. Nocturne
08. Aldebaran
09. Inukshuk
10. Autio
11. Lysios
12. Acharej

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