David Bowie
Earthling

1997, BMG
Jungle, Alternative Rock

"La prima volta che ho sentito la jungle ho pensato subito: Dio, questo è uno dei generi più eccitanti che abbia mai sentito, è il futuro del rock!".
Recensione di Simone Zangarelli - Pubblicata in data: 10/01/18

"La prima volta che ho sentito la jungle ho pensato subito: "Dio, questo è uno dei generi più eccitanti che abbia mai sentito, è il futuro del rock!" [David Bowie, 1997]

 

Era il 9 gennaio 1997 quando David Bowie, spente cinquanta candeline il giorno precedente, festeggiò con uno spettacolare concerto trasmesso in diretta sulle tv nazionali al Madison Square Garden di New York, città che aveva appena accolto l'artista e la moglie Iman. Alla serata parteciparono molti artisti e amici, tra i nomi si annoveravano quelli di Lou Reed, che aveva già collaborato con Bowie ai tempi di "Transformer" (1972), Sonic Youth, Foo Fighters, Billy Corgan (Smashing Pumpkins), Robert Smith dei  The Cure  e Frank Black, non a caso quasi tutti artisti della nuova leva.

 

Il "David Bowie & Guests" fu l'occasione per presentare al mondo il ventunesimo album del Duca Bianco: "Earthling". Sono gli anni del cambiamento: la jungle, la musica rave, l'underground, la techno, la nuova elettronica, ma anche il grunge e l'industrial sono espressione della rivoluzione giovanile. Bowie vedeva gli anni '90 come i nuovi '70 sentendosi profondamente ispirato come artista da questo ambiente metropolitano che era ancora in cerca di una sua estetica definita. Supportato da un team di musicisti invidiabile, fra i quali il produttore dance Mark Plati e Reeves Gabrels, prezioso braccio destro di Bowie in questa fase della sua carriera, il signor David Jones spiazzò il pubblico con un album che è un vero e proprio unicum nella sua discografia e per la prima volta dai tempi di "Diamond Dogs" (1974) decise di autoprodursi. Con questo lavoro, lo Ziggy Stardust venuto da Marte, in modo quasi religioso, si fece umano, terrestre (earthling, in inglese). Infatti la copertina del disco lo ritrae di spalle, intento ad osservare la pianura intorno a sè, vestito con un impermeabile sul quale è raffigurata lo "Union Jack", disegnato dal celebre stilista inglese Alexander McQueen. Così Bowie mise da parte le visionarie sonorità che aveva creato nel precedente trentennio per dedicarsi a uno dei pochi ambiti musicali ancora da lui inesplorati.

 

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Fin dai primi secondi di "Little Wonder", singolo di apertura, è chiaro che ci si trovi davanti ad un nuovo Bowie: il sound, a metà fra jungle e rock, rispecchia il cambiamento estetico. Nel videoclip, diretto da Floria Sigismondi, che aveva già collaborato con Marilyn Manson, si è catapultati in un'atmosfera frenetica, dove il Duca si presenta con diverse forme: un look alternativo stile steampunk e la benda sull'occhio, a richiamare i tempi di "Rebel Rebel". Il contrasto immediato con la successiva "Looking For Satellites" ci fa capire che non siamo davanti ad un semplice album drum & bass: un canto quasi ieratico ci introduce alla scoperta di nuovi mondi elettronici, più vicini all'ambient che alla techno, il ritmo si fa mesmerico e i bassi magnetici, ma un ricchissimo assolo di chitarra riporta l'ascoltatore alla realtà. In "Battle For Britain (The Letter)" i suoni elettronici sembrano quasi fuori controllo, le chitarre di Gabrels sono imponenti, la voce ipnotica e le poliritmie stratificate fanno di questo pezzo un vortice sonoro che non si fa mancare nemmeno un assolo jazz di tastiera. Il risultato è un patchwork frenetico, dalle continue sfumature nascoste: ad esempio sembra che in un certo punto del brano il nastro sia rovinato, ma è solo un espediente per lanciare il ritornello. Con "Seven Years In Tibet", si accantona per un momento la techno per lasciare spazio ad un'atmosfera mistica: l'intro, dalle molteplici potenzialità espressive, risolve in un tema di sassofono suonato dallo stesso Bowie, in cui i riff di Gabrels si scontrano con i sintetizzatori e le percussioni per lanciare il ritornello come un inno estatico: "I praise to you / Nothing ever goes away". Il testo parla dell'oppressione del popolo tibetano da parte della Cina, argomento a Bowie molto caro vista la sua precedente conversione al Buddhismo, richiama una serie di immagini di forte espressione: hanno appena sparato a un monaco tibetano e mentre si lascia andare alla sua tragica fine, vengono riportate tutte le sensazioni da lui provate negli ultimi istanti: "Are you OK? / You've been shot in the head/ and I'm holding your brains / The old woman said". Testo e musica richiamano la tipica rassegnazione buddhista. Il Duca dichiarò di essere stato ispirato dall'omonimo libro, dal quale fu tratto il film "Sette anni in Tibet" , che, casualmente, uscì qualche mese più tardi.

 

Con "Dead Man Walking" si ritorna alle pulsioni della techno e alla voce trasognata, il testo intimista trasporta l'ascoltatore verso un'atmosfera alienante che si interrompe nell'outro di pianoforte, nuovamente in stile jazz. "The Last Thing You Should Do" fonde drum & bass e industrial, l'intro di percussioni e pad scatena una successione di eventi sonori che culminano nel ritornello con chitarre esplosive, stile Nine Inch Nails. È proprio questo uno dei gruppi che ha ispirato il sound del disco, tanto che Trent Reznor (che ha anche remixato il pezzo) appare nel videoclip di "I'm Afraid Of Americans" nei panni dell'americano inquietante. Questa traccia si presenta con un sound allucinato, la struttura è un groviglio sonoro in cui parti elettroniche appaiono e scompaiono sullo sfondo e in primo piano. Ancora una volta, il testo è una critica sociale al capitalismo, alla boriosità e alla stupidità che Bowie vede racchiuse in Johnny, l'americano medio "Nobody needs anyone/ They don't even just pretend". L'ultimo brano "Law (Earthling's On Fire)" è l'estremizzazione dei suoni ascoltati in tutto il disco, è l'apoteosi dell'elettronica, i sintetizzatori sembrano venuti fuori da un'altro pianeta, la voce filtrata e allucinata cita Beckett e Russell e suona come una nenia funebre. E con quel martellante "With the sound / with the sound / with the sound of the ground" siamo catapultati nell'ultimo atto del viaggio alla ricerca dell'umanità, quasi impossibile da accettare totalmente per Bowie.


Earthling strizza l'occhio a quel nuovo tipo di musica che voleva essere diversa, che non s'interessava dei canoni estetici ma risultava forte, d'impatto e spesso anche arrabbiata. Forse proprio per questo la critica non fu entusiasta del lavoro, definendolo legnoso nel sound e poco a fuoco poichè la scelta dell'artista fu quella di seguire piuttosto che essere seguito. In realtà "Earthling", con la sua unicità, la forte carica di sperimentazione e il piglio d'impatto, risulta una delle fasi più creative dell'ultimo ventennio di David Bowie e ne mostra il lato incognito, quello, per citare Nietzsche, umano, (forse) troppo umano.





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