Starbreaker
Dysphoria

2019, Frontiers Music
Hard Rock

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 26/01/19

Quando il vocalist Tony Harnell (TNT) e il chitarrista Magnus Karlsson, (Allen/Lande, Last Tribes, Primal Fear) si ritrovano insieme per il progetto Starbreaker, l'auspicio che ne venga fuori un manufatto di ottimo livello raggiunge percentuali elevate: tuttavia, malgrado "Dysphoria" costituisca un sauté pressoché inappuntabile di hard rock ad alto tasso melodico, ancora una volta i nostri non riescono nell'impresa di sfoderare un lavoro pari alle notevoli qualità tecniche possedute. Certo, arrangiamenti e produzione eccellono per equilibrio e brillantezza; non altrettanto può dirsi del songwriting, sì compatto e senza particolari sbavature, ma talvolta prevedibile e non particolarmente innovativo. 
 
Mentre il sound dell'esordio omonimo (2005) ammiccava al power elegante dei Masterplan e lo scorso "Love's Dying Wish", ormai risalente a undici anni fa, si arrischiava, con risultati ondivaghi, in territori dark, il nuovo LP appare decisamente più morbido: i fraseggi si smussano, le ballad elettriche si sprecano, le digressioni in ambito AOR diventano assidue. A parte le tinte metal di "Pure Evil", i ricami epici della title track e l'oscuro down-tuning di "Bright Star Blind Me",  pezzi quali "Wild Butterflies", "Last December", "Beautiful One", perfette nella struttura, meno nelle variazioni, recano l'impronta del brano toccante ed evocativo, dalla spiccata vena eufonica di bridge e refrain e da una sezione ritmica che funge soltanto da accompagnamento. Il drumming di Alex Köllers, infatti, sostituto di un John Macaluso spesso svogliato nei due dischi precedenti, di rado riesce a ritagliarsi lo spazio da protagonista e, allorché accade, come nella priestiana "Starbreaker", l'album sembra scrollarsi di dosso qualche chilogrammo di torpore in eccesso. E se la prestazione del singer statunitense, intensa e ricca di pathos, convince e ammalia, la sensazione di trovarsi di fronte a un supergruppo incapace di sfruttare appieno il proprio potenziale, vuoi per indolenza, vuoi per discontinuità, aleggia minaccioso.
 
"Dysphoria", dunque, pur nel complesso apprezzabile e gradevole all'ascolto, lascia l'amaro in bocca per l'ennesima occasione perduta da un parterre di musicisti di prim'ordine da cui si pretende, a ragione, sempre il massimo: con la speranza che il prossimo tentativo sia finalmente quello giusto.




01. Pure Evil
02. Wild Butterflies
03. Last December
04. How Many More Goodbyes
05. Beautiful One
06. Dysphoria
07. My Heart Belongs To You
08. Fire Away
09. Bright Star Blind Me
10. Starbreaker

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