Dream Theater
The Astonishing

2016, Roadrunner Records
Prog Metal

Recensione di Valerio Cesarini - Pubblicata in data: 27/01/16

Il momento che tutti gli ascoltatori del prog metal aspettavano, per un motivo o per l'altro, è finalmente arrivato.

 

I virtuosi pionieri Dream Theater escono, secondo biennale abitudine, con un nuovo disco, e stavolta proprio nessuno viene risparmiato dall'enorme campo magnetico che il nuovo lavoro della band propaga.

 

Doppio concept album per soddisfare i palati dei fan più esigenti e nostalgici, sognanti su Scenes From A Memory; per azzittire (o infuocare, il limite è labile) gli impietosi critici di qualsiasi nuova mossa del gruppo; per rinnovare e presentare ancora un'altra sfumatura di un quintetto di innegabile importanza.

 

The Astonishing viene presentato con un numero elevatissimo di contenuti multimediali, a supporto di una storia che sarà, come dichiarato dal membro fondatore John Petrucci, il punto focale dell'album; e allora sul sito ufficiale gradualmente compaiono contributi grafici riguardo ai personaggi e ai luoghi, vengono perfino create due mailing list separate, una per ogni fazione che si affronterà nel disco, per "preparare" il terreno.

 

In un futuro distopico a qualche secolo da oggi, il terribile tiranno Nafaryus spadroneggia sull'Impero Del Nord, e la musica è ormai un lontano ricordo: le orecchie del popolo apatico vengono solo graffiate dai suoni metallici e robotici delle macchine NOMACS, usate dall'Impero per controllare i sudditi.

 

Eppure, grazie al dono di un semplice popolano di nome Gabriel, capace di produrre splendide melodie, si ravviva la speranza tanto da indurre a formare una fazione rivoluzionaria: i Ravenskill, guidati dal fratello del Prescelto, Arhys.

 

Obiettivo dei rivoluzionari è portare indietro la libertà e la serenità nell'Impero attraverso la sensibilizzazione dell'intero popolo alla musica, grazie al dono di Gabriel.

 

Nel frattempo, Faythe, splendida figlia di Nafaryus, principessa vissuta nella malinconica coltre delle ricche stanze del Palazzo, mostra di non essere indifferente alla musica, e tantomeno alla figura di Gabriel.

 

Lasciando il proseguo della storia da scoprire all'ascoltatore, si nota comunque una decisa virata concettuale rispetto all'altro grande concept dei Dream Theater, e cioè "Metropolis pt.2 - Scenes From A Memory". In questo caso la caratterizzazione dei personaggi è più tipica, luoghi e avvenimenti più ciclici e non c'è praticamente mediazione fra narratore -inesistente, ed ascoltatore.

 

Anche il paragone con un gioco online, considerate le tipiche ambientazioni di questi ultimi, non è per nulla sbagliato; forse in un 2016 dove questo ambito trova molto seguito, risulta conveniente a Petrucci&co. ordire una trama..."simil-MMORPG".

 

Attenzione: è naturale che quello che i fan aspettano è in realtà qualcos'altro, e cioè, checchè ne dica Petrucci, la musica.

 

L'album consta di 34 track per più di due ore di musica; la struttura risulta tipica di un'opera in due atti, con due ouverture e una chiusura.

 

La trama viene affrontata con un inedito approccio "a musical", dove tutta la storia è raccontata dalle voci dei diversi personaggi, tutti interpretati da James Labrie (aspetto importante che tratteremo a breve); anche le musiche seguono questa china, con temi ripresi e melodie generalmente tipiche di un environment del genere, dunque abbastanza inedite per un gruppo che ha fatto del metal il punto centrale del proprio progressive.

 

In effetti catalogare quest'album risulta più complicato rispetto ai precedenti, data la compresenza di svariate sfumature di diversi generi; in generale, però, si può essere d'accordo nel collocarlo in un ambito più prog-rock sinfonico che aggressivo.

 

La sinfonia, la coralità, il musical è proprio ciò che prevale durante tutto l'ascolto: un copioso numero di ballad viene indurito da qualche inserto più heavy; in generale tutte le tracce risultano composite, dove -e su questo c'è una certa coerenza-  ogni avvenimento ed ogni personaggio corrisponde ad un differente momento musicale.

 

Inserendo il disco nel lettore, prima che la Dystopian Overture introduca tutti i temi portanti, si notano i rumori di Descent Of The NOMACS: fa parte delle tracce "prodotte" dalle macchine NOMACS, e si tratta di poche decine di secondi di effetti sonori, interessanti per quanto riguarda la sintesi operata da  Rudess (com'è prevedibile, i suoni sono pertinenti e credibili).

 

Le danze vere e proprie si aprono con il discusso singolo The Gift Of Music, prog rock dal cantato più lineare con degli inserti complessi e decisamente freschi.

 

La freschezza dello strumentale è proprio un punto di forza di questo disco: i virtuosismi ritornano agli antichi fasti, non risultano forzati né allungati ad hoc; benché la presenza di caratteri come i tempi dispari sia leggermente ridotta data l'esigenza di una certa linearità per la storia, il tutto rientra in una cornice di credibilità che da tempo qualcuno considerava perduta.

 

In generale la storia viene cadenzata da veri e propri momenti musicali, dai ritmi veloci e aggressivi di Lord Nafaryus o Three Days, alle atmosfere sognanti di The X Aspect o Losing Faythe.

 

In questo trionfo di musica, gradualmente si chiarificano due aspetti importanti, forse inaspettati.

 

Il primo è che E' effettivamente impossibile giudicare e seguire l'album negligendo la storia; possiamo estrapolare qualche brano di particolare interesse, ma un ascolto maturo prevede, o meglio forza l'immersione negli avvenimenti. Rimandiamo per questo, per chi sia interessato, alla track by track del disco.

 

Comunque, svariati nuovi -o rinnovati aspetti dei Dream Theater emergono in talune tracce, a cominciare dalle prime ballad (da The Answer), in cui si evidenziano sonorità meno "drammatiche" e più sognanti; come forse qualcuno avrà già letto, rimandano ad un inaspettato quanto gradevole mondo Disney, o più in generale proprio alla dimensione di musical fantastico.

 

Anche l'aspetto del prog risulta più raffinato, ma anche arrotondato da un certo ritorno alle origini intese come le classiche ispirazioni del prog-rock: chi scrive considera di fattura elevatissima lo strmentale che introduce A Life Left Behind, un dialogo di chitarra acustica, bassi di piano e pad che riportano ai vecchi Yes.

 

Trionfo di parti e nuove sonorità perfino circensi (Haken anyone?) per Three Days, e torna anche il "vecchio" metal con A New Beginning, che contrappone inoltre un ritornello geniale e totalmente astruso dall'usuale contesto heavy: nulla fa più "musical" di una ripresa alla West Side Story. E sempre parlando di metal, un'altro dei pezzi più riusciti è il secondo singolo Moment Of Betrayal, successivo alla seconda ouverture, stavolta decisamente aggressivo, tagliente e dalle sonorità miste fra il prog d'annata di "Images And Words" e i graffianti chorus di "Systematic Chaos".  C'è perfino tempo di toccare l'hard rock degli anni '80 con la quasi-conclusiva Our New World, momento di stacco e di freschezza.

 

Ma passiamo al secondo aspetto. Sperando in una umana comprensione da parte del lettore più caustico, mi si permetta di asserire che mai come ora l'importanza di uno dei membri del gruppo risulta rinvigorita ed essenziale.

 

Benchè il disco sia stato scritto da Petrucci (storia e testi) e  Rudess (musiche), la sua "salvezza" sta nella voce. Avete capito bene: James Labrie è il vero pilastro di un disco del genere, ed i motivi sono presto detti.

 

In generale, Labrie, sferzato da qualche critica pertinente e qualcuna meno, ha il grande pregio di risultare sempre molto credibile, nonché di essere una macchina da studio -non per nulla i suoi album solisti sono gli unici, fra il quintetto, ad essere di una certa fattura e ad avere un certo seguito nel tempo.

 

Una performance sottotono a Wacken, data da una forte febbre, ha anche evidenziato un problema che finalmente i Dream Theater sembrano aver realizzato: nessun cinquantenne può continuare a cantare partiture ultratenorili per tre ore, per ogni disco, per ogni concerto.

 

The Astonishing "sfida" Labrie con meno note alte, ma molta più diversità di parti.

 

E Labrie riluce.

 

Onestamente viene anche da farsi la domanda sul perchè non si sia sfruttato prima questa grande qualità del frontman, e cioè la forte espressività, la scenicità (si pensi al suo lavoro con Ayreon) e un registro basso inaspettatamente caldo ed emotivo. Ascoltare la stessa voce, monotòna, per tre ore, sarebbe una tragedia se chi canta non avesse il pregio di sapersi adattare e di "sentire" ciò che sta dicendo; la differenza fra le parti di Faythe, che è una fragile ragazza, e di Nafaryus, terribile imperatore, viene tutta dalle qualità di un Labrie troppo bistrattato.

 

labriedtrecensione2016

 

E allora, il disco in generale riesce ad essere abbastanza vario da poter essere fruito nella sua interezza. La storia è ben congegnata, le musiche pertinenti ma talvolta troppo cheesy o "troppo semplici" sia per il contesto che per l'attentissimo orecchio dei fan (interessante in senso lato la marcetta di Brother Can You Hear Me, anche se indubbiamente potente dal vivo).

 

Inoltre, se c'è una decisa evoluzione sul piano della varietà tematica, della musica e del ruolo del cantante, un'involuzione si nota per quanto riguarda i testi.

 

Va bene, non sarebbero funzionali alla storia, ma le elucubrazioni filosofiche e le metafore che hanno fatto grandi pezzi come Surrounded o Space-Dye Vest sono del tutto sparite, a favore di contributi talvolta piuttosto banali; ci sono svariate ripetizioni che di nuovo, saranno pure funzionali, però una storia è molto più interessante quando non si conosce già la parola che il cantante sta per dire.

 

A livello puramente musicale, glissando sull'ovvia perizia di tutti i membri a livello tecnico, il disco risulta registrato meglio del precedente, sebbene qualcuno potrebbe ancora avere da ridire sui suoni di Mangini. Molto migliori sono invece le chitarre, meno compresse (complice l'ambiente meno metal) e, se mi è permesso, colorate da nuova ispirazione. Riguardo la voce, il problema è lo stesso del 99% dei dischi che escono in questi anni: anche se il cantante è ottimo, si esagera nella processazione. Ed è un peccato, considerato che la maggior parte delle tracce a partire da The Gift Of Music hanno la voce registrata davvero bene, che in altre istanze come in A New Beginning, si debbano sentire delle correzioni ovvie e innecessarie.

 

Quello che conta, alla fine, è che però il prodotto sia interessante.

 

E fortunatamente, a prescindere dal contesto da cui deriva, The Astonishing lo è. Sia per le musiche, fresche e finalmente affrontate con una certa ispirazione; sia per il nuovo formato di rock-opera, fra l'altro, a naso, molto efficace dal vivo.

 

Non importa se in copertina c'è scritto Dream Theater o qualsiasi altro autore: che i fan dimentichino pregiudizi, preconcetti e presunzioni varie e si godano due ore di ottima musica, a cui va dedicata però, come tutte le rock-opera, una certa attenzione.

 

E con qualche neo che solo un ascolto attento e prolungato può confermare o fugare.





ACT I
01. Descent of the NOMACS
02. Dystopian Overture
03. The Gift of Music
04. The Answer
05. A Better Life
06. Lord Nafaryus
07. A Savior in the Square
08. When Your Time Has Come
09. Act of Faythe
10. Three Days
11. The Hovering Sojourn
12. Brother, Can You Hear Me?
13. A Life Left Behind
14. Ravenskill
15. Chosen
16. A Tempting Offer
17. Digital Discord
18. The X Aspect
19. A New Beginning
20. The Road to Revolution

ACT II
01. 2285 Entr'acte
02. Moment of Betrayal
03. Heaven's Cove
04. Begin Again
05. The Path That Divides
06. Machine Chatter
07. The Walking Shadow
08. My Last Farewell
09. Losing Faythe
10. Whispers on the Wind
11. Hymn of a Thousand Voices
12. Our New World
13. Power Down
14. Astonishing

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