Devin Townsend
Z

2014, InsideOut Music
Prog Metal

L'universo di Ziltoid elevato alla seconda
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 27/10/14

Le voci di un sequel del bellissimo “Ziltoid the Omniscient” hanno cominciato a farsi strada tra i rumors del web dal (relativamente) lontano 2009. Nel frattempo in questi sei anni il canadese Devin Townsend, un tipo che non ama stare con le mani in mano, ha messo in piedi i quattro dischi del suo Project, “Epicloud”, da considerarsi il quinto disco del progetto (slegato però concettualmente dai quattro capitoli principali), il recente country “Casualities of Cool”, oltre a numerosi tour, anticipazioni di nuovi album (“Ghost 2” è da tempo in lavorazione) ed esibizioni live particolarmente ricercate. Sembrava quasi che questo disco si fosse perso nella bulimia musicale di Devin, nonostante l’onnipresenza dell’alieno Ziltoid, quasi in veste di “disturbatore” in tutto questo tempo, fin quando, quasi senza accorgercene visto il ritmo frenetico del nostro, eccolo qua, il famigerato “Z²”.

Poteva Devin fare qualcosa di semplice e facilitare gli ascoltatori meno attenti a mettere ordine nella sua discografia? No. Quasi a farsi perdonare del “ritardo”, HevyDevy ci piazza un ricchissimo doppio album, composto da un primo disco da inserire nella categoria degli album solisti (di derivazione ziltoidiana), “Z²: Dark Matters”, e un secondo, “Z²: Sky Blue”, che si accoda agli altri per diventare il sesto album del Devin Townsend Project. Tutto chiaro? Nel caso sia un giro su wikipedia, sia una lettura alla nostra intervista potrebbero fare più luce su l’ennesima uscita del canadese che osiamo definire sfavillante. Un doppio album mastodontico, che ne riflette la lunghissima e complessa genesi, essendo sbocciato da oltre settanta canzoni, da sessioni di lavoro svolte in diversi continenti, persino grazie all’aiuto di duemila fan che, attraverso il sito internet dell’artista, hanno formato lo “Universal Choir”, registrando virtualmente un coro da inserire nelle tracce. Come al solito miriadi di influenze, produzione iperstratificata, complessità e perchè no molta ironia (provate a contare quanti peti sentirete in “Dark Matters”...), sono i capisaldi fondamentali dell’opera, la quale deve aver messo alla prova il buon Devin come poche cose fino ad ora.

Da dove partire dunque. Diciamo subito che il “core” dell’uscita è il disco dedicato alle vicende di Ziltoid, “Dark Matters”, a cui si arriva dopo i cinquantasei minuti di “Sky Blue”. La differenza stilistica impressa ai due album è immediatamente palese: quest’ultimo infatti è un disco del “Project”, mostrando il lato più “facile” e immediato di “Z²”. Un disco che segue la scia di “Epicloud”, in cui si respira pressochè la stessa aria, con il solito grande contributo di Anneke van Giersbergen. Non un semplice riempitivo, basterebbe infatti il solo “Sky Blue” a far felici gli ammiratori dell’ex Strapping Young Lad, data la piacevolezza dell’ascolto, sempre in bilico tra epicità/ariosità, giocando di fino con le armonie, con la ricerca di ritornelli orecchiabili senza rinunciare a un songwriting di grande spessore. Un’uscita inaspettata alla vigilia, un vero e proprio album dotato di una propria identità (quando al massimo gli altri fanno qualche bonus track o un ep dopo qualche mese), che pur non avendo l’attenzione massima riesce ugualmente a farsi spazio molto bene.

Volente o nolente l’attesa era sul seguito di “Ziltoid the Omniscient”, ovvero “Z²: Dark Matters”. Se su “Sky Blue” siamo passati veloci (anche per non dilungarsi ulteriormente), per “Dark Matters” è bene soffermarci con attenzione. È qui infatti che si concentrano tutti gli elementi distintivi di “Z²”, sia a livello lirico (passare dall’intervista per approndire le nuove vicende della storia) ma soprattutto a livello musicale. Nella passata recensione di “Ziltoid the Omniscient” avevamo giustamente sottolineato la commistione tra narrazione e musica, capaci di fondersi e adattarsi per ogni sfaccettatura della vicenda dell’alieno Ziltoid, una caratteristica che Townsend ha portato ora a un livello superiore. Ascoltando infatti a posteriori il primo disco dedicato all’alieno, si percepisce il lavoro svolto in sede di scrittura: se prima i brani erano stati sapientemente strutturati e cuciti attorno a una storia, qui è come se si fosse scritto una sorta di musical, che non ha bisogno dei brani, del loro susseguirsi e dell’alternanza tipica di una tracklist, seppur inserita in un concept album. Un upgrade a livello concettuale/compositivo dell’opera che inizialmente spiazza, vista l’omogeneità del disco. Un iniziale ostacolo che si supera una volta familiarizzato con gli umori mutevoli del full-length, senza seguire schematicamente lo scorrere delle tracce ma ascoltandolo più volte nella sua interezza.

Non troveremo infatti a questa tornata brani singoli da segnalare particolarmente. Non troveremo l’alternanza dalla violenza di “Ziltoidia Attaxx!!!” alla calma di “Solar Winds”, non avremo potenziali “singoli” apripista come “Hyperdrive”, tanto che il nuovo pezzo scelto come anteprima “Deathray” è probabilmente il meno convincente e più facile del lotto, non proprio la miglior pubblicità possibile, ma tant’è… Uno stile che rimandendo fedele a se stesso cambia completamente dimensione (anche grazie al supporto di una vera band), coi soliti tempi marziali, i soliti muri di chitarra, le aperture epiche, i numerosi inserti coristici, portati a un livello superiore, come se il tutto, seguendo il titolo del disco, fosse stato elevando alla seconda. Anche l’intervento parlato dei nuovi personaggi è molto più presente nel bel mezzo dello svolgimento dei brani, assumendo l’importanza di veri e propri elementi strutturali. Prendiamo come esempio “War Princess”: il tono militaresco del pezzo di interrompe nel mezzo, arriva l’intervendo della Principessa (interpetata dalla cantante Dominique Lenore Persi), che ribadisce a un subalterno l’intenzione di distruggere la terra (“There’s a sort of mistunderstanding, let me try to explain this again… We are going to invade the Earth, and you will follow...”), ammonendo i sudditi a seguirla e ricevendo da questi il proprio supporto. Un breve scambio di battute che Devin riesce a sottolineare alla perfezione, aumentando la tensione fino alla risposta del popolo, interpretata da un coro, per poi esplodere in una fuga epica di grandissimo impatto.

Non lo scopriamo certo oggi, ma la musica di Townsend sta sempre più assumendo una venatura lirica, tanto che sarebbe auspicabile che si organizzasse una versione con tanto di orchestra e “attori” per le numerosi parti recitate (verrà commercializzata una versione senza dialoghi, ma vorreste privarvi della voce stentorea di Chris Jerico nei panni di Captain Spectacular?). Un disco che potrebbe non incontrare immediatamente i favori degli ascoltatori proprio per la grande complessità e assenza di “hit” o momenti precisamente indentificabili, concepito per essere ascoltato necessariamente nella sua interezza. Indefinibile stilisticamente, tanto metal quanto melodico, solenne e ironico, orchestrale, bombastico (bombastici e cinematici prendete nota) e intimo, che per convenzione definiremo prog metal, ma che più propriamente dovremmo descrivere come Devin Metal. Un’opera che per la sua particolarità riceverà sicuramente più gloria che guadagno, che non vediam l’ora di ascoltare dal vivo nei prossimi mesi. Una saga che continua a sorprendere e che come ci viene ammonito nei secondi finali “to be continued…”. Noi aspettiamo Devin, fa con calma, spara altri tre o quattro dischi nel frattempo...



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