Destrage
Are You Kidding Me? No.

2014, Metal Blade Records
Alternative Metal

Questa non è una presa in giro, i Destrage fanno tremendamente sul serio...
Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 12/03/14

Un delirio. È la prima cosa che mi è venuta in mente appena ho schiacciato il tasto play del lettore, una volta caricato l'ultimo disco dei milanesi Destrage, messi sotto contratto nientepopodimeno che dalla Metal Blade. Ad essere del tutto onesti, ho anche pensato qualcosa tipo “ah, non sapevo che i Sikth avessero cambiato nome dopo la reunion”, ma va detto che questa sensazione scompare dopo qualche ascolto approfondito, perché se è vero che la band inglese è una delle principali fonti di ispirazione dei nostri, bisogna anche sottolineare come il sound dei Destrage sia ricco di tantissime altre influenze (da qualsiasi genere vi venga in mente), che riescono a renderlo del tutto personale.

“Are You Kidding Me? No.” parte in quarta con il tapping di “Destroy Create Transform Sublimate”, e già da subito si entra in un magico mondo fatto di riff complicati ma anche orecchiabili (ad esempio l'alternative metal richiamato da “Purania”, che vince il primo premio per il giro di chitarra  più accattivante del disco), stacchi e ripartenze di scuola metalcore e melodic death (chi ha detto Soilwork?), drumming al limite della follia – grazie a Federico Paulovich, senza ombra di dubbio uno dei migliori batteristi del Bel Paese – e una versatilità vocale da far paura. Il frontman Paolo Colavolpe infatti gestisce senza sforzo diversi registri vocali, facendo da solo il lavoro che in tante altre band del genere viene  diviso tra due cantanti. Il viaggio attraverso i dieci pezzi dell'album ci porta a lambire i territori dei già citati Sikth, ma anche la nuova scuola progressive di Between The Buried And Me e Protest The Hero, così come le composizioni fuori di testa partorite dai Dillinger Escape Plan (lo stacco centrale di “My Green Neighbour”, dove i blast beat incontrano lo sweep picking, vale da solo più di mille didascalie di descrizione). I ragazzi sanno comunque anche rallentare il passo e creare un pezzo come “Where The Things Have No Colour”, una sorta di ballata nel loro stile, che piazzata proprio a metà della tracklist ha l'effetto di spezzare il ritmo e far riprendere fiato.

Ormai dovreste esserci arrivati: i Destrage non sono certo un gruppo da recintare nei confini di un solo genere musicale. Detto che la scena -core è la base di riferimento, all'interno dei brani di “Are You Kidding Me? No.” si può trovare davvero di tutto, da stacchi che ricordano lo swing a parti elettroniche, derive nu metal (il ritornello e il break con la chitarra super-effettata di “Host, Rifles & Coke” mi hanno riportato indietro di una dozzina d'anni) e momenti quasi drum and bass. Un minestrone cucinato davvero bene, perché va sottolineato che non c'è mai quella sensazione di copia-incolla sui cambi che spesso rovina il risultato finale in prodotti del genere. E solo quando la tecnica strumentale è accompagnata dal saper anche prendersi in giro, con un bel tocco di pazzia, possono uscire fuori cose nello stile della titletrack, posta in chiusura dell'album. Sette minuti in cui c'è tutto l'universo Destrage, cristallizzato dalla prima parte più vicina ai loro canoni e dal finale in cui compare una tromba (!) presa in prestito da qualche bar ai confini tra Texas e Messico; ma non finisce qui, perché nell'accelerazione conclusiva arriva anche il guest solo di Ron Thal, per gli amici Bumblefoot, attuale chitarrista dei Guns N' Roses.

Insomma, i Destrage si inseriscono alla perfezione nel grande filone del metal moderno, arricchendolo di influenze e contaminazioni che non possono non rendere felici tutti gli open-minded all'ascolto. Questo è un disco che con una adeguata promozione (e dubito che la Metal Blade in questo senso farà difetto) può rivaleggiare tranquillamente con i pesi massimi del genere e garantire alla band milanese tutte le attenzioni che merita. Sì, potranno pure avere il vicino di casa  zombie (ovvio riferimento a “My Green Neighbour”), ma l'erba del suo giardino non è affatto più verde della nostra, anzi: per una volta possiamo essere fieri di un prodotto italico, almeno in campo musicale. Come da titolo: vi sto prendendo in giro? Assolutamente no.



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