Deep Purple
Live In Newcastle 2001

2019, earMusic
Hard Rock

Recensione di Giovanni Ausoni - Pubblicata in data: 16/07/19

Gli album dal vivo hanno sempre rivestito un ruolo fondamentale nella lunga carriera dei Deep Purple, a cominciare da "Concerto For Group And Orchestra With The Royal Philarmonic Orchestra" (1969), passando per il magnifico "Made in Japan" (1972), sino a tutta una sfilza di materiali d'archivio non di rado pleonastici e mediocri. Mentre il percorso artistico dei nostri sta per raggiungere, forse, il suo stadio finale, prende il via la ripubblicazione del box set "The Soundboard Series", una serie di registrazioni di vecchi show tenuti, diciotto anni orsono, in Asia e Oceania: tocca all'australiano "Live In Newcastle 2001" inaugurare, dunque, le preziose limited edition dedicate alle performance della leggendaria band britannica.
 

La scelta di optare per un artwork da bootleg, con uno stencil design davvero essenziale, potrebbe fuorviare circa la prestazione del gruppo e la qualità audio, in realtà entrambe magistrali. E il repertorio proposto riesce ad allettare e sorprendere gli appassionati della prima ora come gli estimatori della produzione recente del combo, quella, per intenderci, con Steve Morse alla chitarra.

 

Tre brani, infatti, vengono pescati proprio dal refrigerante "Perpendicular" (1996) ("Ted The Mechanic", "Sometimes I Feel Like Screaming", "Hey Cisco"), esordio in formazione dell'axeman statunitense: il resto del lotto offre classici senza tempo quali "Lazy", "Perfect Strangers", "Smoke On The Water", "Speed King", "Highway Star", interpretati da una Mark VII in ottima forma che, per l'occasione, risulta rinvigorita da due grandi firme della scena locale come Jimmy Barnes e Ian Moss. Certo, la voce di Ian Gillan non mostra la soglia di eccellenza dei tempi migliori, ma l'obolo da pagare appare minimo rispetto all'alto livello di una prova tutta grinta, divertimento e destrezza esecutiva.

 

Operazione rivolta principalmente ai collezionisti, "Live In Newcastle 2001" testimonia ancora una volta come la dimensione on stage sia il territorio congeniale dei Deep Purple, autentici e spavaldi quando si tratta di macinare musica e chilometri. Guai a dare per morta l'araba fenice.





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