Corey Taylor
CMFT

2020, Roadrunner Records
Hard Rock

Il frontman degli Slipknot debutta come solista: con CMFT, Corey Taylor si toglie la maschera, la ripone nel cassetto e sprigiona gli altri volti della propria personalità.
Recensione di Giampiero Pelusi - Pubblicata in data: 02/10/20

Nel giorno dell'annuncio di un disco solista in arrivo per Corey Taylor un brivido di freddo ha probabilmente attraversato buona parte dei suoi fan. Risulta difficile non pensare agli Slipknot e a quell'iconica maschera grondante di sudore che fomenta da oltre vent'anni gli spiriti inquieti dei suoi seguaci, che associano ormai al cantante la rabbia incontrollata e la violenza sonora della band dell'Iowa. Partendo da questo presupposto, sarebbe un errore approcciarsi a questo lavoro con il ricordo vivido della colonna sonora di tutte le ribellioni adolescenziali: Corey Taylor, in questa occasione, si toglie la maschera, la ripone nel cassetto e sprigiona gli altri volti della propria personalità.

 

Registrato a Las Vegas presso gli Hideout Studio e pubblicato dalla Roadrunner Records, "CMFT" aggiunge un ulteriore tassello alla poliedrica carriera del frontman. Corey Taylor raduna i chitarristi Christian Martucci e Zach Throne, Jason Christopher al basso e Dustin Robert dietro le pelli e tira fuori un disco molto personale e variegato, frutto di un lungo processo di scrittura che, partendo dalla sua adolescenza, arriva fino ai giorni nostri. L'album parte spedito con l'opener "HWY666", dove atmosfere desertiche e polverose accompagnano il racconto di Corey che veste i panni di un cantautore maledetto alle prese con un faccia a faccia col diavolo. Le influenze country alla Johnny Cash trasudano dalle strofe, per poi riversarsi in un refrain più spinto in cui le chitarre distorte la fanno da padrone. "Black Eyes Blue", secondo singolo estratto dal disco, è invece una classica ballata molto orecchiabile e radiofonica, con melodie sognanti e un ritornello catchy. "Samantha's Gone", pezzo rock molto energico e scanzonato, prepara la pista per la successiva "Meine Lux", un viaggio spericolato su una hot rod in fiamme con lo sterzo bloccato. Le suggestioni punk fuoriescono nitide dai power chord rapidi del duo Martucci/Throne, che confezionano un bel pezzo cinico e senza fronzoli. I tempi rallentano con "Halfway Down", che non riesce a convincere pienamente, mentre "Silverfish", uno dei brani meglio riusciti dell'opera, cambia i toni e stende un alone più malinconico: un Corey Taylor più emotivo e toccante viene accompagnato da una sezione acustica iniziale, che sfocia poi in toni più acidi, con chitarre di soundgardiana memoria capaci di liberare un ritornello potente e sentito.

 

"Kansas", altra traccia pop rock, passa quasi inosservata, in contrapposizione al basso tenebroso di "Culture Head", che strappa la serenità dalla voce del frontman: il pezzo è il più pesante dell'album, sia per le chitarre taglienti che per il testo fortemente critico verso la religione e chi la usa come scusa. Tornano le venature punk rock  con la successiva "Everybody Dies On My Birthday", mentre "The Maria Fire" si sviluppa su un inusuale riff blueseggiante e sinuoso, a dimostrazione della varietà di stili che l'artista mette in gioco nell'album. Il cantante apre di nuovo la sua corazza e fa risplendere il suo animo più sensibile con "Home", pezzo delicato e caratterizzato da una magnifica carica emotiva: un pianoforte e un accenno d'archi come sezione strumentale bastano per cullare la voce piena di pathos del frontman, padrona incontestata della canzone. Di tutt'altro sapore è il primo singolo "CMFT Must Be Stopped", che vede la partecipazione del veterano dell'hip-hop Tech N9ne e il giovane MC Kid Bookie e mostra un Corey Taylor in una veste completamente nuova: chitarre pompose all'inverosimile, refrain dozzinale ed il nostro che rappa gonfiando il suo ego con un inno goliardico. Nonostante il pezzo sia orecchiabile pecca forse di incoerenza rispetto al resto dell'album. L'assalto finale viene dato da "European Tour Bus Bathroom Song", con due minuti tondi tondi di punk rock senza scrupoli.

 

Il primo capitolo della carriera solista di Corey Taylor è un buon disco hard rock, a cui sia aggiunge un ottimo lavoro di Jay Ruston in fase di produzione e mixaggio, così come quello della band, che sforna una buona prova strumentale. Menzione particolare per la coppia di asce, che dimostra una notevole versatilità nella variazione di generi e ottimi spunti tecnici con assoli convincenti e precisi. L'imponenente miscela di stili e influenze rende il lavoro variopinto, divertente e aperto a qualsiasi tipo di pubblico, ma allo stesso tempo, in certi punti, disorientante. Si può facilmente notare la differenza di età di scrittura di alcuni pezzi e ciò rende a tratti frammentario il full-length. Nonostante ciò, il giudizio generale non può che essere positivo: il cantante getta nel calderone tutto il suo notevole carisma e i suoi lati più nascosti. L'anima, così come la voce sono quelle di sempre e il marchio di fabbrica stampato sul cinturone in copertina non lascia spazio a dubbi: Corey "MotherFucking" Taylor non può essere fermato.





01. HWY 666
02. Black Eyes Blue
03. Samantha's Gone
04. Meine Lux
05. Halfway Down
06. Silverfish
07. Kansas
08. Culture Head
09. Everybody Dies On My Birthday
10. The Maria Fire
11. Home
12. CMFT Must Be Stopped
13. European Tour Bus Bathroom Song

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