Coldplay
X&Y

2005, EMI
Pop Rock

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 11/06/14

Recensione a cura di Mattia Fumarola

 

Siamo nel 2005, un anno importante per molte band: i Gorillaz pubblicano il secondo disco, gli Arctic Monkeys firmano il loro primo contratto e gli Strokes pubblicano l’album della svolta stilistica. Ma, soprattutto, il 2005 è l’anno di “X&Y”, terzo lavoro dei Coldplay.


A due anni dall’uscita di “A Rush Of Blood To The Head”, il quale ricevette numerosi consensi dalla critica e consacrò la band tra le più promettenti al mondo, era molto difficile per i quattro ragazzi britannici superarsi. L’album, fin dall’uscita del primo singolo “Speed Of Sound”, sembrava avere sfumature più “rock” rispetto al precedente.


Questo, difatti, presenta una radicale spersonalizzazione. Se i primi due erano molto simili, entrambi freschi, sinceri, dove era evidente la genuina voglia di migliorarsi, qui la band londinese sembra volersi confermare come la migliore e più ascoltata del momento.


“X&Y” si apre con i sintetizzatori (mai utilizzati prima di allora) di “Square One”, e con un solido riff di Buckland. È un disco contenente anche canzoni che ricordano “Parachutes”, come la tenerissima “What  If”, che parte con una ballata pianistica per poi finire con un’esplosione di chitarra e basso accompagnata dal falsetto di Martin, e la love song “A Message”, anch’essa caratterizzata dal frequente uso del piano.


Dalle scelte della band britannica si denota anche la volontà di sperimentare: è il caso di “X&Y”, scandita da violini e venature psichedeliche che non si amalgamano alla perfezione, dando come risultato un’operazione non riuscita al meglio, e “Low”, che parte sparata con un attacco di chitarra deciso per poi perdersi un po’ nel ritornello con melodie poco orecchiabili. Tuttavia, sono entrambi episodi che dimostrano la capacità dei Coldplay di saper osare, anche se il risultato non è convincente al 100%.


Nota positiva per quanto riguarda il primo singolo, “Speed of Sound”, il quale ha un ottimo intro di piano, che ricorda molto “Clocks”, e un ritornello orecchiabile, mentre “Fix You”, pezzo visibilmente con fini commerciali, uno dei più famosi dei Coldplay, non è di certo uno dei più belli e coinvolgenti: quasi tutta la canzone è caratterizzata dal piano che accompagna la voce del frontman, mentre solo nel finale si sentono gli altri strumenti. Ottima invece “Talk”, la migliore dell’album, dove il protagonista è Buckland col suo assolo di chitarra (dichiarato omaggio a “Computer Love” dei Kraftwerk) ben scandito all’inizio e che dura per tutto il brano. Solo il finale è la vera parte negativa del disco, salvata parzialmente dal folk-pop di “‘Til Kingdom Come”.


In definitiva, non si può dire che l’album presenti veri e propri passi falsi. È sicuramente tra i migliori lavori della band, collocabile tra lo straordinario “Viva la Vida” ed il melanconico “Parachutes”. Una perfetta fotografia dei Coldplay prima della svolta commerciale di “Mylo Xyloto” e del successivo “pentimento” attuato con il recente “Ghost Stories”: una band ottima nel suo genere, pur senza strafare.





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