Chelsea Wolfe
Pain Is Beauty

2013, Sargent House
Darkwave

Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 20/12/13

Un vero artista si riconosce dalla luce, dal colore dell'anima riflesso negli occhi mentre mostra al mondo la proprio musica, le proprie parole. Un vero artista è quello che sa tenere una posa composta sul palco ma anche scatenarsi e lasciar cantare il pubblico. L'artista è la stessa persona che quando si trova a cantare la prima linea della propria canzone e questa si espande attraverso il microfono è capace di chinare la testa verso terra, come gesto di nudità dell'anima, nudità musicale. È proprio in questo bacino ricolmo di verità che ci ritroviamo davanti alla Donna: l'eleganza d'altri tempi di una Anna Calvi, il misticismo di una Julianna Barwick o l'eclettica vocalità di una Susanne Sundfør; e se proprio vogliamo dilungarci citiamo l'italianissima compostezza di una Arisa o l'ermetico segreto celato dietro le labbra carnose di una Lana Del Rey. Non si può cadere in errore: la Donna, quando assume queste incarnazioni eteree, inafferrabili, è destinata a stregare l'uomo. E anche noi, stregati, ci accingiamo a parlarvi di Chelsea Wolfe, musa della Tragedia contemporanea.


Nonostante la buona riuscita e il discreto successo ottenuto da “The Grime And The Glow” e l'entusiasmo della critica per “Apokalypsis”, l'aura di mistero che avvolge la cantautrice americana sembra tenerla ben lontana dalla luce dei riflettori. La sua stessa musica rimane un enigma ed a testimoniarlo troviamo questo nuovo inciso, Pain Is Beauty”, che rispetta la vena folk/acustica dei precedenti album (sentitevi “Unknown Rooms: A Collection Of Acoustic Songs”) incorporando a dosi maggiori quel flusso darkwave, noir e psichedelico che ben si sposa con il timbro sinuoso e sinistro della Wolfe. Avete notato richiami alla sacerdotessa Siouxsie o al dream pop d'annata dei Cocteau Twins? Ebbene, chi siamo noi per negare il peso di influenze così consistenti? Fate pure. C'è chi la chiama “cugina della Del Rey” e chi - forse per pura dislessia musicale - la ritiene chiusa, criptica e poco interessante. Ma poche chiacchiere, signori miei, l'evoluzione della Nostra si palesa già nell'artwork di questo nuovo disco, che paragonato, per esempio, al risultato minimale di “The Grime and The Glow” riflette una nuova maturità compositiva, mentre il vestito rosso che contrasta lo sfondo nero potrebbe farsi metafora di nuovi successi “commerciali”.


In my head there’s a war”


Circondati da qualche candela, una birra ed una fitta nebbia fuori dalla nostra finestra ci lasciamo quindi consumare dal dramma che percorre la prima traccia, “Feral Love”. Poi, ancora, da “House of Metal” e dal suo serpeggiare silenzioso, che trasforma un semplice motivetto in una ballata per violino e carillon. “Destruction Makes The World Burn Brighter” è il genere di brano che sicuramente ricorderà alla Wolfe le sue passate movenze musicali, mentre l'alienante apertura di “Sick” le farà sondare il territorio per nuovi sentieri musicali. “Kings” è distorta, gracchiante, sporca, ma il tumburellare dietro le pelli rende meno algida la sua metabolizzazione. Di tutt'altra pasta l'azzeccata “Ancestors, the Ancients”, che permette all'artista di librarsi sui sospiri, sulla drammaticità del proprio registro basso, accompagnata da una batteria protagonista che sprigiona, a voce piena, la morte: quella dell'anima, quella dell'amore, quasi come se una compagnia di spettri dal volto sfigurato e del passato oppugnato stesse occupando la nostra stanza. L'acustica "They'll Clap When You're Gone", infine, è l'unico episodio in cui la voce di Chelsea riesce a redimersi dal tormento (ma non ne siamo tanto sicuri).


Non ci interessa chi sia veramente Chelsea Wolfe. Non vogliamo il suo vero nome, non vogliamo conoscere tutto di lei, non vogliamo osannarla, né odiarla. Vogliamo solo ascoltarla, sentirla cantare. “Pain Is Beauty” è il vecchio castello di una cantante che sembra aver inseguito il buio per parecchio tempo e non certo per scelta personale. Nella musica di Chelsea Wolfe rivive il dramma che ognuno nasconde dentro di sé. Chi non ne è stato toccato, forse, non ha mai avuto la fortuna di perdere qualcosa.





01. Feral Love
02. We Hit a Wall
03. House of Metal
04. The Warden
05. Destruction Makes the World Burn Brighter
06. Sick
07. Kings
08. Reins
09. Ancestors, the Ancients
10. They’ll Clap When You’re Gone
11. The Waves Have Come
12. Lone

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