Caligula's Horse
Rise Radiant

2020, InsideOut
Prog Rock

Ai Caligula's Horse non manca l'ambizione, è chiaro, no? “Rise Radiant” si dimostra coerente con il suo predecessore e con quel percorso che ha portato la band a non sbagliare mai un colpo
Recensione di Alessio Sagheddu - Pubblicata in data: 26/05/20

Ai Caligula's Horse non è mai mancata l'ambizione. E' tutt'ora difficile accantonare l'album che li ha portati alla ribalta, quel "Bloom" (2015), così fresco e ispirato che ha mostrato ai nostri una via musicale fuori dai confini australiani e dalla vibrante Brisbane. Se l'ultimo “In Contact” aveva sicuramente subito la pressione e il fiato sul collo scaturito da quel primo successo, era però riuscito ad affermare il sound di una band carismatica che sembra proprio non conosca passi falsi. 

“Rise Radiant”, di primo acchito, così enigmatico e schivo, sembra però seguire la linea musicale introdotta dal suo predecessore, alternando momenti feroci ad altri squisitamente poetici al suo interno. Quel sound affermatosi con il precedente lavoro non subisce grandi variazioni quindi: sembra infatti che la band voglia godersi e esplorare ciò che “In Contact” aveva cercato di fare, sprovvisto però di tutte le carte per farlo. E' un viaggio sicuramente introspettivo quello che la band australiana ci offre qui, dove l'emozione viaggia su frequenze ben tangibili sin dal primo singolo “The Tempest” che fa di ritmiche burrascose la propria forza, lasciando che sia la versatilità vocale del sempre ispirato Jim Grey a fare il resto. “Slow Violence” naviga su lidi un po' più aggressivi, strumentalmente sinuosi e nel titolo descrive alla perfezione l'album (potrebbe benissimo essere stato il titolo provvisorio del lavoro) ma è sicuramente “Valkyrie” ad abbandonare quelle venature djent-rock esplorate nelle prime tracce per lasciarsi guidare da una ferocia del tutto prog. “Resonate” vuole “gridare” con toni pacati che non è un semplice interludio ma una piccola perla musicale che non ci si aspetta, così fuori dai canoni efferati del resto della tracklist, lasciatasi ammaliare dai sussulti di una batteria elettronica e un mood synth-rock che ben si scontra con la prima parte dell'album. “Autumn” ha una pregiata delicatezza della sua, un leggero appeal mainstream e delle linee vocali carismatiche che ancora una volta dimostrano come Jim Grey sappia manipolare e transitare magistralmente tra i registri della propria voce. La cover di “Don't give up” è la classica bonus track che tutti vorrebbero nell'edizione standard dell'album perché oltre ad essere l'unica collaborazione dell'intero lotto (con la cantante Lynsey Ward), regala un certo pathos anche grazie ad un duetto ben riuscito. 

Ai Caligula's Horse non manca l'ambizione, è chiaro, no? “Rise Radiant” si dimostra coerente con il suo predecessore e con quel percorso che ha portato la band a non sbagliare mai un colpo, seppur, come in questo caso, non apportando grandi modifiche o sperimentazioni al lavoro. Non tutte le band possono permettersi un album di questo genere, dove è il sound della band stessa ad essere esplorato, spinto verso i propri limiti e confini. Non sarà azzardare, ma c'è sicuramente della saggezza nel voler inoltrarsi in ciò che già si ha. 




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