Caligula's Horse
In Contact

2017, InsideOut
Prog Rock/Metal

Dall'Australia una cannonata di colori, tempi dispari, melodie studiate, suoni progressivi, varietà e dinamicità si schianta ed esplode in una sinfonia di elementi che prende il nome di "In Contact". 
Recensione di Cristina Cannata - Pubblicata in data: 16/09/17

Il mondo del progressive rock moderno è un pianeta decisamente interessante e curioso, ancora parzialmente inesplorato, popolato da organismi di varie dimensioni e forme che indipendentemente dalla loro natura, tendono ad evolversi generalmente in modo molto celere, spinti dalla frenesia del loro genio. A fare il saltino verso il livello successivo nella scala evolutiva, questa volta, sono stati i Caligula's Horse
 
Non senza difficoltà, si intende. Già, perchè quando, ormai nel lontano ottobre 2015, a quattro anni dalla loro nascita, i cinque ragazzotti australiani si fecero barba e capelli e andarono a bussare alla porta del "prog che conta" portando in omaggio la loro terza fatica in studio "Bloom" si gridò al capolavoro. Impossibile negarlo: quell'album venne comunemente riconosciuto come degno di essere annoverato tra “i lavori da tenere in considerazione” e contribuì a srotolare il tappeto rosso verso la notorietà. 
 
Con "In Contact" i Caligula's Horse sapevano di avere più occhi del solito puntati addosso, secondo il principio matematico del "tanto maggiore è il numero di persone che riesci a far interessare a te creando musica di qualità, tanto maggiore sarà il numero e il peso delle aspettative che essi riverseranno su di te e di conseguenza tanto maggiore sarà la pressione che graverà sulle tue spalle". Per questo, "In Contact" è un lavoro inevitabilmente ambizioso, pensato propriamente per essere un "grande album". 
 
Non stupisce quindi il fatto che la band si cimenti nella realizzazione di un concept album. Impresa, a dire il vero, già tentata in precedenza, anche se in termini diversi, con il loro secondo album "The Tide, the Thief & River's End". Un progetto forse un pelino azzardato, vista la giovane età della band ai tempi, ma che comunque aveva dato i suoi frutti. "In Contact" invece è l'album della maturità e della consapevolezza: i cinque ragazzi di Brisbane sono convinti di essere adesso al centro della scena, in grado di fare il "saltino di livello" citato sopra, sanno di piacere, si rendono conto di sapere convincere e di stare facendo bene. I Caligula's Horse vogliono diventare prog a tutti gli effetti. Quale via migliore per farlo se non buttando giù un concept album?
 
Così, Jim Grey, Sam Vallen e compagnia cantante, prendono l’ascoltatore per mano e lo trasportano in un contesto spazio-temporale astratto e onirico, fatto di quattro storie diverse e distinte relative a quattro personaggi, tutte accomunate da un unico fil rouge: la ricerca estrema dell’ispirazione. Perciò, ci si permette di dire che “In Contact” è sicuramente l’album più personale che i Caligula’s Horse abbiano mai realizzato, anche se creato in una forma assolutamente impersonale. L’ispirazione è quindi la chiave di volta verso cui converge l’intero significato del lavoro, declinata in mondi e scenari affascinanti e seducenti, che intrigano l’ascoltatore e che puntualmente lo invitano a tornare e che, sempre altrettanto puntualmente, ci riescono. Paesaggi assolutamente diversi che, susseguendosi e alternandosi, creano la struttura dell’intero lavoro, contraddistinta da una certa varietà e variabilità. In questo senso, l’album gode di un’estrema profondità, cosa che non fa altro che rendere il lavoro assolutamente d’effetto. “In Contact” è un album di impatto, da ascoltare e riascoltare ancora, da spogliare strato dopo strato, da analizzare livello dopo livello. E’ un album solido, coeso, composto, fatto percettibilmente di sensazioni e di emozioni.
 
Dall’altra parte, già al primo ascolto, “In Contact” è esattamente come ci si aspetterebbe che fosse il successore di “Bloom”, nonostante il cambio di line-up, il primo sperimentato dalla formazione della band nel 2011. In realtà, in termini di sound, rispetto ai lavori precedenti, gli elementi di novità assoluta si contano sulle dita di una mano: non si tratta tanto di vere e proprie innovazioni o creazioni ex novo, quanto di evoluzioni progressive di tutte le componenti che la band ha plasmato e strutturato ad hoc, anno dopo anno, album dopo album, per dare vita all’unicità del proprio stile. In questo album, tutti gli ingredienti tipici lievitano, crescono, si amplificano, maturano, senza che questo comporti in qualche maniera uno snaturamento di quanto la band ha già creato e salvaguardato. Lodevole, da parte degli australiani, se si considera che uno dei principali “difetti” del prog è quello di trovare un’ancora ferma di riferimento, un punto luce verso cui guardare ogni volta che per un motivo o per un altro si perde la bussola. Qui, lo stile dei Caligula’s Horse è riconoscibilissimo. D’altronde, è anche vero che, rispetto ai precedenti lavori, “In Contact” è un album molto più dark e heavy, caratterizzato da un’estrema cura del dettaglio e da una forte propensione al mettere in mostra il tanto sudato alto livello di tecnicismo. I cinque australiani sono tutti musicisti altamente preparati, con abilità tecniche ammirevoli, e sicuramente non si fanno nessuno scrupolo a mostrarlo.  Tutto assolutamente in linea con il concetto di essere prog, insomma.
 
Nonostante la faccia “dark” dell’album, anche questo lavoro è un album colorato, da intendersi come attenzione alla varietà e alla dinamicità, alla sperimentazione e alla creazione di mix più o meno inaspettati, ma che incuriosiscono. Così, accanto a pezzi che prendono pieghe più buie e pesanti, emergono raffinatissime e delicate ballate d’amore. In particolare, emergono qui il genio e le perfette dinamiche collaborative tra Jim Grey e Sam Vallen, artigiani responsabili del processo compositivo: il primo da sfoggio della sua evoluzione lavorando su melodie uniche con voci prettamente pulite, il secondo si concentra sui tecnicismi, con riff interessanti e assoli volutamente allungati che attirano l’attenzione e che riportano alla mente ora le dita di Petrucci ora quelle di Plini. Ci sono sentori di Haken e Karnivool che si intrecciano a sfumature di Tesseract riconoscibili in tutto l’album. 
 
La struttura dell’album è assolutamente pensata e ragionata in modo tale da creare picchi di assoluta potenza. “Dream the Dead” è una buona introduzione all’album che definisce subito la giusta atmosfera onirica entro la quale si svilupperà l’intero lavoro. Il gioco di contrapposizioni è così immediatamente evidente: accanto a melodie più pacate dettate dalla voce si ergono pesantissimi riff di chitarre e tecnicissimi assoli che dettano la struttura del brano insieme alla batteria. Il primo singolo “Will’s Song (Let The Colours Run)” è forse il pezzo più heavy ed energico, una buonissima lettera di presentazione dell’album. “The Hands are the Hardest” e “Love Conqueres All” smorzano l’atmosfera rendendola più dolce e romantica, prima di ripartire prepotentemente con “Songs For No One”, secondo singolo estratto, che vanta una interessantissima sinergia voce-chitarra-batteria. I nuovi arrivati, Adrian Goleby e Josh Griffin dimostrano così di essere all’altezza dei loro predecessori. La ballata romantica “Capulet” introduce “Fill My Heart”, pezzo complesso e particolarmente intenso. “Inertia and the Weapon of the Wall” è il pezzo inaspettato, una vera e propria poesia recitata contornata da alcuni rumori in sottofondo non necessariamente legati alle parole pronunciate e che introduce -lettaralmente chiamandolo- il pezzo successivo, “The Cannon’s Mouth”. “Graves” è il degno punto fermo dell’album: un esperimento prog complesso di 15 minuti, con tanto di sassofono (sotto gentile concessione di Jørgen Munkeby degli Shining). Un brano in cui immergersi a più riprese. 
 
Ancora una volta i Caligula’s Horse hanno dimostrato di essere una “storia di colori”: un caleidoscopio di energia e di emozioni, di complessità e dinamicità da esplorare. E anche questa volta le attese sono state adeguatamente soddisfatte. Dieci brani per circa sessanta minuti di viaggio alla ricerca di ciò che è l'ispirazione, di ciò che può appagare l'essere umano.  




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