Judas Priest
British Steel

1980, Columbia Records/CBS
Heavy Metal

«L'album che determina cosa sia l'heavy metal»
[Scott Ian]
Recensione di Matteo Poli - Pubblicata in data: 14/04/18

Si racconta che Michelangelo, interrogato sulla magia della sua tecnica, abbia risposto: «La scultura è già perfetta dentro il blocco di marmo; io non faccio altro che togliere il di più rendendola visibile». L'arte come tecnica del togliere: less is more, dicono gli anglosassoni.


Anche "British Steel", sesto album in studio per i Judas Priest, può essere considerato un gioiello nell'arte del togliere, oltre che del rock. Proprio questo è infatti considerato dai più l'album definitivo dell'heavy metal; definitivo in senso stretto: ha definito i confini dell'oggetto. Nessun altro lavoro, nemmeno "The Number Of The Beast" degli Iron Maiden è stato giudicato retroattivamente così importante per la storia di un intero genere. Come ha ben notato Scott Ian degli Anthrax nel documentario "Heavy Metal: Louder Than Life", il disco in questione, sin dall'indimenticato titolo (letteralmente "Acciaio Britannico", che tempra idealmente la "Classe Inossidabile" dell'act), è «l'album che determina cosa sia l'heavy metal». Un vero e proprio monumento all'ortodossia, l'auctoritas in base alla quale si decreta e definisce ciò che è o non è metallo, per almeno un decennio. Un discrimine, una pietra di paragone: tutto questo è "British Steel". Perciò, è anche l'album che consacra i JP come Difensori della Fede (ed è in questa fede poi, in effetti, che consiste la maggiore novità della NWOBHM), prima ancora dell'omonimo album del 1984. Più di dieci anni dopo, nel videclip di "Cowboys From Hell" dei Pantera (altro album spartiacque del genere metal), Dimebag Darrell indossa l'inconfondibile maglietta con la copertina di "British Steel": una mano (borchiata) emerge dall'oscurità, si tende verso di te e ti porge... un'affilatissima lametta d'acciaio. Quale immagine più evidente dello stile e degli obiettivi della band? Gli ambiziosissimi Judas Priest del 1980 vogliono lasciare il segno in profondità nella storia del rock. Sì, sì: del rock. Non serve ricordare qui come abbiano mancato per un soffio, proprio quest'anno, l'onore di essere ammessi nella Rock And Roll Hall Of Hame. E se ci dovessero entrare un giorno, con buona pace dei fans di "Painkiller" come di quelli di "Sin After Sin", sarà soprattutto per l'impatto che ebbe "British Steel" sul mondo della musica.


Oltre a tracciare con autorità i confini del proprio genere (è l'opening act della New Wave Of British Heavy Metal, come comincia ad essere chiamata dalla critica, a pari merito con "Ace Of Spade" dei Motorhead e "Iron Maiden" degli Iron Maiden, pubblicato lo stesso giorno di "British Steel", il 14 aprile 1980), questo lavoro segna un importante cambio di rotta nella discografia della band. Solo l'anno precedente, i Judas avevano coronato il trionfale tour in Giappone con "Unleashed In The East", uno dei dischi dal vivo più noti e controversi della storia; quell'album riveste un'importanza capitale per i Judas, spropositata per un normale live, perchè le lunghe sedute di sovraincisioni effettuate in studio col materiale registrato in tour hanno permesso alla band di riflettere e ripensare profondamente il proprio sound ancora legato, fino a "Killing Machine", a quello delle produzioni hard rock anni '70. "Unleashed In The East" non è soltanto un live, è uno shock per l'ascoltatore che non ha mai sentito la band in carne ed ossa. All'epoca non esisteva gruppo che avesse un sound più pesante di quello dei Judas in tale frangente. I pezzi sono molto più veloci e pesanti che in studio: non solo c'è più doppia cassa, o si avverte meglio, ma tale è la furia dell'esecuzione da sembrare che la band sia dopata (e forse in effetti lo era...).


Con l'arrivo del nuovo decennio e forti dell'esperienza di "Unleashed In The East", in cui nasce anche il sodalizio poi mai interrotto col produttore Tom Allom, i Judas decidono di rivoluzionare non solo il proprio sound - portando a compimento in studio le innovazioni introdotte col live - ma anche il proprio songwriting, processo già in parte intrapreso nel precedente "Killing Machine", in cui scompaiono le tematiche oscure di molti pezzi (riappariranno più avanti, in tempi più propizi) e le strutture tendono a semplificarsi. Non solo i nuovi brani sono in generale molto più veloci e dal sound più aggressivo e compresso che nei precedenti ma in "British Steel" viene meno anche la componente bluesy che tanta parte aveva avuto nel hard rock anni '70 (e tornerà ad avere, ma in modo molto diverso, nel metal anni '90). Si sottolinea anche l'assenza del brano lungo e strutturato che aveva caratterizzato i primi lavori della band (come "Victim Of Changes" e "Sinner"), di cui rimane scarnificata traccia in "Steeler" e in "Rapid Fire", ovvero il pezzo che ha avuto la più lunga gestazione tra gli altri (ritornello sì o ritornello no? Alla fine vinse il no: è anche questo che rende il brano così singolare). Anche i  lunghi a-solo saturi di riverberi, flanger e delay vengono archiviati per lasciare il posto alla velocità, alla precisione, a una resa il più possibile sharp e al libero abuso di gain e compressori.

 

Di contro il songwriting diventa invece lineare, come nel fortunatissimo singolo "Breaking The Law", costruito sulla reiterazione di un'elementare progressione di note, che scala con disinvoltura le classifiche mondiali (entra persino in quelle italiane) con la sua immediatezza e semplicità. È un perentorio richiamo all'ordine, quello di "British Steel", analogo a quello che stava accadendo in altri generi coevi: si ritorna alle origini del rock, alla sua scabrosità ed oltraggiosità originaria, ci si costruisce una nuova verginità - si potrebbe dire - con brani brevi (tre minuti e mezzo, quattro al massimo) ed efficaci, riff granitici, refrain immediatamente memorizzabili. Inoltre le dissolvenze in uscita diventano preponderanti, come nei brani anni '50; anche la doppia cassa, di cui i Judas si erano fatti alfieri negli album precedenti, qui latita e tende a defilarsi, si gareggia in essenzialità e aggressione col quasi coevo punk rock: il tempo di quattro quarti impera. Non a caso, avviene un cambio dietro le pelli: arriva Dave Holland - da poco mancato - che abbandonerà gradualmente la doppia cassa in favore dell'affidabilità di una ritmica di mestiere. Non è da escludere che, come ricorda Halford, abbia avuto il suo peso  l'immediatezza, prerogativa degli AC/DC con cui i Judas avevano appena condiviso il tour di "Highway To Hell" (erano gli ultimi fuochi con Bon Scott). Persino le salve di acutissimi di Halford dileguano (ascoltare "Dissident Aggressor", 1977) in favore di un cantato rock graffiante, certo, ma senza picchi troppo eccessivi, né orgia di sovracori.


Una precisa scelta di campo, una strategia che vuole allargare la propria base d'ascolto in un momento di smottamento, o crisi, dei generi in voga nel decennio precedente. Non si capirebbe altrimenti come un brano tutto sommato poco incisivo come "United" - poco più di un inno da stadio, se ascoltato oggi, per di più occhieggiante "We Will Rock You" dei Queen e mai incluso in un "Best Of..." - possa essere stato scelto come terzo singolo, dopo "Breaking The Law" e "Living After Midnight", questo sì un vero singolo rock metal purosangue, inno ai piaceri notturni ed evoluzione metallizzata dei midtempo dei Rolling Stones. In quanto italiani, non possiamo non notare quanto Vasco Rossi si sia ispirato a "Living After Midnight" in "Dimentichiamoci Questa Città", 1983. L'eco d'Albione a volte giunge sino alle nostre (artisticamente) remote contrade. 

 

Tutto l'album, dicevamo, è percorso da una sottile vena d'urgenza, di "adesso o mai più" ed anche questa segreta tensione ne costituisce un elemento di fascino. Bisogna cogliere l'attimo, non occorre essere vecchi per essere saggi ("You Don't Have To Be Old To Be Wise", prototipo di altri brani degli anni futuri, come "Heading Out To The Highway" nel disco successivo, o "Some Heads Are Gonna Roll" in "Defenders Of The Faith"). Forse i due veri vertici dell'album sono "Grinder" - scabra, essenziale, con un Halford mai così rauco - e "The Rage", un brano lento e pesante, guidato dal basso, inizialmente dall'andamento in levare quasi reggae, ma che poi accumula una tensione sempre più alta, in un crescendo che fa bollire il sangue. "Metal Gods" è poi il brano più autocelebrativo, certo tra i più noti ed iconici della band, quello che si dice un manifesto.


L'album fu inciso, dopo una falsa partenza agli Startling Studios nel dicembre dell'anno precedente, ai Tittenhurst Studios, feudo di Ringo Starr dei Beatles. Ne esistono due rilevanti ristampe: quella del 2002, remaster della versione europea, che contiene due tracce bonus: la prima "White, Red & Blue" è una outake delle session di "Turbo", mentre la seconda è una versione di "Grinder" dal vivo incisa il 5 maggio dell'84 a Las Vegas. Poi, nel 2009 la band ha pubblicato l'edizione del Trentesimo anniversario con 1 CD/DVD bonus che raccoglie il live dell'intero album, portato in tour quell'anno.

 

Aneddoto di costume: all'epoca dell'incisione di "British Steel" i suoni campionati non venivano utilizzati, per cui quando sentite i vetri rotti in "Breaking The Law" sì, sono bottiglie di latte che la band ha infranto in presa diretta e le sirene della polizia sì, sono vere sirene; e sì, i passi militari in "Metal Gods" li hanno prodotti le calzature del gruppo, uniti a colpi di biliardo.

 

A distanza di trentotto anni dalla sua pubblicazione, viene la tentazione di affermare che questo gioiello nell'arte del togliere, quest'album definitivo, e con lui il primo colpo di rullante che inaugura "Breaking The Law" - così nitido nella mente di chi la ama - ha lo stesso peso e lo stesso senso del primo colpo di rullante di un altro album chiave della storia del rock: "Highway 51 Revisited" di Bob Dylan, che aveva portato l'elettricità nel folk, e il folk pericolosamente vicino al rock. I Judas, con "British Steel" presentano ufficialmente l'heavy metal alla complicata scena musicale di quegli anni, nel momento in cui lo rivendicano come proprio regno. Un bambino difficile, con il quale d'ora in poi occorrerà fare i conti.





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