Borknagar
Winter Thrice

2016, Century Media
Progressive Metal

La meraviglia terribile, indifferente di un'era preumana attraverso il canto stesso, tutto umano, di quella visione
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 15/04/16

Il Khumbu Icefall s'adagia sul fianco dell'Everest, 5.000 mt e più oltre il tetto delle nostre vite. Il suo ghiaccio è indifferente alle stagioni ed è passaggio obbligatorio per chiunque ambisca alla cima più alta del mondo. La sua immobilità è apparente, crepacci lo fendono come reminiscenze glaciali; nel mezzo, seracchi svettano come torri sommerse: in continuo movimento, l'antica montagna costruisce le sue rime, persiste indifferente nelle sue strutture. Accetta senza emozione che la vita, calda e pulsante, le sfidi, la viva.
La canti.


Questo è "Winter Thrice", decimo studio album dei Borknagar: come il Khumbu, si adagia lungo il fianco della montagna e ne accoglie le rime. Ad occhio innamorato, stordito dall'ebbrezza dell'aria sottile, per i troppi ascolti, pare quasi sia l'album stesso il ritratto di quella visione. La meraviglia terribile, indifferente di un'era preumana attraverso il canto stesso, tutto umano, di quella visione.


Per 9 tracce (se includiamo la bellissima bonus track "Dominant Winds"), i primi ascolti si frantumano fra crepacci e seracchi massicci, si riposano sotto firmamenti notturni di nitida e luminosa bellezza "nottilucente". Si raccolgono nell'attenzione del passo, ascolto dopo ascolto, per indovinare strutture non immediatamente chiare, come invece accadeva nel notevole predecessore, "Urd", più veloce, impetuoso, meno imponente ma pur sempre poderoso fratello maggiore di "Quintessence". Elogio della dissonanza? c'è simmetria anche nel Caos ma serve tempo, cercando l'ossigeno nei momenti più distesi ed intelligibili fin da subito.


L'ascesa. L'inizio è dolce, melodico ma sostenuto; senza preamboli, lo scenario irrompe, il soggetto si palesa: così corre via "Rhymes of the Mountains", che getta un ponte di scale fra "Urd" e questo nuovo lavoro. Lo spazio che li separa non è vasto ma profonda è una differenza che fa da premessa al disco e a ogni parola che seguirà. "Winter Thrice" è un lavoro più articolato di "Urd", inizialmente più insidioso e come il ghiaccio, duro da scalfire, con ritornelli che spesso non sono fatti per entrare da subito nella testa, quanto per crearvi dentro un teatro di suggestioni che, sovrapponendosi, porteranno immagini (più durevoli di un'effimera stagione di ascolti); grazie anche a dei testi diretti e potenti, il cui taglio cinematografico, non limita il gusto delle immagini complesse, sulle quali la musica si stende e la cui autorialità multipla mostra come non solo sul piano vocale, ma anche su quello del songwriting sia stata vinta la scommessa delle tante "voci-menti" ingombranti: Borknagar ad oggi sono un gruppo affiatato, coeso e ispirato sul piano creativo.
L'attesa ha il suo sapore e gli ascolti non sono che questa ascesa verso un limpido orizzonte.

La titletrack, "Winter thrice", canto del triplice inverno che domina le stagioni, "seasons aligned under the wintry sign", accoglie il gusto per la melodia piana della opener, sorretta anche da una fine apertura melodica a poco più di quattro minuti dalla sua conclusione; tuttavia già preannuncia, come un leggero dislivello, il crescendo di complessità dell'album.

"Cold Runs the River" è infatti già un brano più strutturato, dal ritornello vintersorghiano ed un pregevole, esaltante solo di chitarra al termine. Qui incontriamo il piacere dell'asperità che unica, caratterizza i sentieri più affascinanti. Squarci melodici garantiscono sempre un appiglio, un indizio per l'ascolto più pieno, quasi a lasciar intuire la bellezza del pezzo nel suo disvelamento finale.

La bellezza dunque, non si lascia attendere con "Panorama": il drumming tecnico e accattivante non rallenta bensì accompagna a briglia sciolta un brano dal retrogusto melodico "urdiano". Autore del testo è Lars 'Lazare' Nedland, terza mente scrivente con Brun e Vintersorg, qui alle prese con quei mutamenti naturali che solo alla nostra percezione di scintille del tempo, quali siamo, si negano.

"Echoes of what was/ resound in what is": immutabile all'occhio disattento della Storia.
Non ci restano che le intuizioni, mentre la musica gioca con le parole (bravo Lazare!): "inside repeats the outside repeats the inside". Passaggio vertiginoso in un brano da "best of", pure arricchito, in chiusura, dalle tastiere di Nedland.

"When Chaos Calls" si riallaccia alla complessità strutturale di "Cold Runs the River". Parte veloce, come a volersi esaurire subito nonostante la sua lunghezza, salvo poi spezzarsi dopo oltre tre minuti, in un suggestivo rallentamento melodico in cui, crescendo, dominano i classici inserti corali in stile Borknagar.


Come altrove nelle schiarite melodiche, corali, vie spesso tracciate da arpeggi, si profila un sound che non rinuncia alla lentezza nè vive di sola spettacolarità monocorde. L'avantgarde dei Borknagar poggia ormai su una poetica ben definita che trascende le sue tematiche, dominandole con personalità e generosa immaginazione fino a fonderle in musica.


Ora "Winter Thrice" ne rivela le sfaccettature più complesse (meglio di "Universal", privo del pathos dei suoi successori), e suggerisce passi più lenti così da farci meglio comprendere ed apprezzare un modo di suonare maturo che "invecchia bene" e che rinuncia alla facile epicità per non smettere di definirsi.
"Erodent", altro gioiello dell'album insieme a "Panorama", esprime a fondo il concetto, e per chi scrive contiene, poco dopo il terzo minuto, il momento più ispirato e lirico del disco, (se si esclude "Noctilucent"). Vale la pena seguirla, testo di O.G.Brun, affiatamento di parole e musica:

 
"The ground we walked, the ground we fought.
A past that holds the dawn of man.
A march that crumbles stones to sand.
The vast exploration, the last ravage.

 

The vast exploration, the last ravage.
The prodigies of ruination.

 

Erodent, a past that holds the dawn of man.
Erodent, a march that crumbles stones to sand.

 

The trails of existence, entwined through history."

 

"Noctilucent" è invece, unica, quasi un frammento di musica e parole; non solo pausa strutturale ma un'istantanea intensissima e luminosa, nel buio sottile e artico, di "Winter Thrice"; ne è anche la chiave di lettura, la sua Stele di Rosetta, se vi soffermerete sul suo brevissimo testo.

 

Chiudono il disco due brani lunghi, dalle forti analogie. "Terminus" spezza l'incanto poetico con un inizio tiratissimo in blastbeat che si porta via tutto: chitarre, volumi corali, e la prima strofa; le ritmiche serrate e veloci si frangono a loro volta nel "I catch the sun..." o più avanti "I climb the hills...".

L'Io (traccia d'umanità), torna protagonista per definirsi nel limite che si riconosce ad ogni ascesa.
Non si direbbe il pianoforte ma è questo lo strumento scelto a introdurre il ritornello, così come inattesa, a fine pezzo, una strofa che non stonerebbe in bocca ad Akerfeldt dei (vecchi e perduti) Opeth: "Raised to seek, grown to see...".

Sorella minore di "Terminus", "Dominant Winds" differisce per l'arpeggio iniziale, promettente ma meno accattivante. Il compitino della bonus track? nemmeno per sogno. Strofa vintersorghiana, ritornello esplosivo a rallentare fino ai fatidici 3 minuti dalla fine, in cui fanno capolino le tastiere di Nedlund. Questa l'ascesa a "Winter Thrice".

Tutto avviene secondo strutture che come in un ghiacciaio mobile, si concedono alternando passaggi immediati ad altri più raffinati e non subito accessibili. Tutto -e questo sì, è un pilastro dell'intero album-, giocato sull'intreccio, più che sulla sequenza lineare degli strumenti e delle voci. Restano in cima i Borknagar, piccozza e ramponi. Insieme battendo la propria via. La musica con loro, avviluppata alle parole.


 
Articolo a cura di Marco Migliorelli 




01. The Rhymes of the Mountain
02. Winter Thrice
03. Cold Runs the River
04. Panorama
05. When Chaos Calls
06. Erodent
07. Noctilucent
08. Terminus
09. Dominant Winds

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